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Cartabellotta, ci risparmi la lezione di antifascismo

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Non entriamo nel merito del dibattito su fascismo e comunismo. A tal proposito, ci sembrano chiare due cose: primo, che non basteranno mai le prese di distanza di Giorgia Meloni e di Fratelli d’Italia dal Ventennio, giacché quello dell’”onda nera” sarà sempre il grimaldello sfruttato per delegittimare la destra; secondo, che se si tratta di manifestare la propria fedele adesione alla democrazia, bisognerebbe che anche gli eredi del Pci (quello, per intenderci, che prendeva i fondi, questi sì, neri, dall’Urss) ci dessero un taglio netto con un passato indecente.

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Ma se a parlare di questi argomenti è Nino Cartabellotta, il punto diventa un altro. Il presidente della Fondazione Gimbe twitta: “In Italia la dittatura comunista non è mai esistita, quella fascista sì. Questa è la nostra storia”. E con ciò intende: è necessario dissociarsi dal fascismo, ma non dal comunismo. Qualcuno potrebbe spiegargli che, se in Italia non c’è stata una dittatura comunista dopo il fascismo, è stato solo perché tra i partigiani c’erano anche molti liberali e cattolici, e perché, nel 1948, le forze popolari surclassarono le sinistre alle urne, peraltro evitando un probabile intervento militare degli americani. I quali non avrebbero lasciato che l’Italia diventasse un satellite dei sovietici. Insomma, se non ci avessero salvato i democristiani, ci saremmo trovati dinanzi a una buia alternativa: finire come la Polonia o precipitare in un regime di colonnelli. E dunque, la presa di distanza dal comunismo, campione di soprusi e violenze, è altrettanto necessaria e altrettanto storicamente fondata. Però, dicevamo, il punto è un altro. Perché, infatti, dovremmo discutere di storia con Cartabellotta?