Parlavano di “egemonia culturale”. Annunciavano una rivoluzione, il riscatto da decenni di monopolio intellettuale della sinistra, la nascita di una nuova stagione di pluralismo e di pensiero critico. Alla prova dei fatti, però, quel grande cantiere culturale del centrodestra sembra essersi trasformato in un desolante campo di macerie.
L’ultima conferma di questo cortocircuito è la chiusura dello spazio di Pietrangelo Buttafuoco in Rai: l’ennesimo capitolo di una vicenda che racconta più di tante dichiarazioni ufficiali.
Buttafuoco non è un nome qualunque. Per anni ha rappresentato la dimostrazione che anche a destra poteva esistere un’intelligenza libera, raffinata, poliedrica, capace di dialogare con tutti senza mai rinunciare alla propria identità. Non a caso, all’inizio di questa stagione politica era stato indicato, almeno simbolicamente, come uno dei possibili punti di riferimento di quel laboratorio culturale che avrebbe dovuto sfidare il conformismo dominante e costruire una proposta alternativa.
Eppure il potere, quasi sempre, mal sopporta l’indipendenza. E la parabola di Buttafuoco sembra confermarlo. Prima celebrato come simbolo di una destra finalmente capace di produrre cultura; poi trasferito alla guida della Biennale di Venezia, in una scelta che molti hanno interpretato come un prestigioso riconoscimento, ma che altri hanno letto come il più classico promoveatur ut amoveatur; quindi progressivamente sempre più defilato dal dibattito pubblico, soprattutto dopo che alcune sue posizioni sulla Russia avevano suscitato discussioni e polemiche; infine estromesso anche dal servizio pubblico, con la chiusura del suo spazio televisivo.
Al di là delle motivazioni ufficiali, resta una domanda che non si può eludere: perché una delle personalità culturalmente più autorevoli di quell’area finisce progressivamente ai margini proprio mentre governa il centrodestra?
Il caso Buttafuoco smaschera quella che rischia di essere la più grande illusione di questa maggioranza: credere che l’egemonia culturale si costruisca occupando le poltrone e sostituendo un conformismo con un altro.
Il paradosso, del resto, è fin troppo evidente. Un governo nato promettendo di scardinare il pensiero unico sembra, nei fatti, mostrare una crescente insofferenza verso il pensiero realmente libero. Perché una cosa è denunciare il monopolio culturale altrui; ben altra è dimostrare di saper convivere con il dissenso quando quel dissenso nasce all’interno del proprio stesso campo.
La cultura, sia chiaro, non cresce grazie all’obbedienza. Vive di confronto, di provocazione, perfino di contraddizione. Un intellettuale non serve perché conferma ciò che il potere desidera ascoltare, ma perché è capace di metterlo continuamente alla prova. Quando, invece, il criterio dominante diventa la fedeltà politica, le personalità più autonome finiscono inevitabilmente per trasformarsi in un problema anziché in una risorsa.
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È questo il prezzo che pagano gli uomini liberi. In un sistema in cui l’appartenenza rischia di contare più del talento e la lealtà verso il gruppo più dell’autorevolezza, chi conserva la propria indipendenza diventa facilmente un corpo estraneo.
Marginalizzare figure della statura di Pietrangelo Buttafuoco non rappresenta soltanto un impoverimento per la Rai. È il segnale di una difficoltà più profonda. Una destra che aveva promesso una rivoluzione culturale rischia di limitarsi a gestire il potere, confondendo il pluralismo con la semplice occupazione delle istituzioni.
L’egemonia culturale, quella autentica, non può nascere solo dal controllo capillare degli spazi, ma anche e soprattutto dalla forza delle idee. E le idee, per definizione, hanno bisogno di libertà. E di uomini liberi capaci di sostenerle, anche quando risultano scomode.
Salvatore di Bartolo, 20 luglio 2026
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