È finita così: Lupus in Fabula, il programma di Pietrangelo Buttafuoco su Rai Radio 1, è stato cancellato. «Sabbenedica!», il saluto di buon auspicio tutto siciliano con cui apriva ogni puntata, è stato anche il suo commento alla chiusura del programma. Stavolta, più che un augurio, è stato un congedo beffardo. L’ultimo gesto verso chi ha deciso di spegnere la sua voce.
Seppur non condividendo nulla delle ragioni che avevano alimentato lo scontro sulla Biennale di Venezia nei mesi scorsi, quello almeno era un confronto politico e culturale. C’erano visioni differenti sulla guerra, sull’arte, sul suo rapporto con il potere e sulla funzione delle istituzioni culturali. Oggi, la chiusura di Lupus in Fabula lascia il sospetto di una resa dei conti.
Perché scegliere un irregolare e poi punirlo per essere rimasto fedele a se stesso? Dispiace perché scompare uno dei rarissimi programmi culturali con una chiara visione del mondo capace di parlare a chiunque senza rinunciare alla propria identità. E, soprattutto, a rendere accessibile quella tanto rivendicata da un lato e tanto bistrattata dall’altro cultura di destra, riportandola alla sua dimensione più autentica: la contaminazione tra storie, musica e idee.
La motivazione ufficiale sarebbe editoriale. Non ci crediamo. Ma se davvero fosse così, sarebbe forse ancora peggio. Sarebbe una scelta di retroguardia. La rinuncia a uno dei pochi programmi capaci di riportare nel racconto culturale italiano opere e autori rimasti per decenni ai margini. Guardati con sospetto. Mostrificati. Liquidati prima di essere letti. La domanda, allora, è inevitabile: perché una Rai guidata da una maggioranza di centrodestra dovrebbe cancellare una trasmissione che faceva esattamente questo?
Basta prendere una delle tante puntate dedicate a Giuseppe Berto. Lo scrittore calabrese che si arruolò volontario in Africa con le Camicie Nere, fu catturato dagli angloamericani e trascorse tre anni in un campo di prigionia in Texas dopo aver rifiutato di collaborare con gli Alleati. Per tutta la vita rimase allergico all’intellettualismo antifascista del dopoguerra, a quella convinzione secondo cui chi aveva vinto la guerra avesse il monopolio della verità. Nonostante un Premio Campiello, negli anni Berto è stato rimosso. Buttafuoco, invece, lo ha riportato al centro. Raccontava Il male oscuro o Guerra in camicia nera mentre in sottofondo risuonava Tripoli ’69 di Patty Pravo. Una “Je ne regrette rien” della Piaf ma, anziché francese, nostrana e verace. Una canzone che si oppone alla contestazione del ’68 ed è in grado di raccontare l’eroismo e l’amore. Oltre che scalare le classifiche per settimane.
Lo stesso accadeva con Giovanni Papini e Un uomo finito, accompagnato da Volevo essere un duro di Lucio Corsi. Oppure con il Manifesto del Futurismo, scandito in punta di piedi e di voce sulle note di Nuvolari di Lucio Dalla. La letteratura tornava a vivere. Tornava a battere. Ogni puntata custodiva un Lupus in Fabula, un insegnamento. Pronunciato con teatralità ma mai con saccenza, perché a destra i maestri saccenti hanno sempre fatto ribrezzo. Così accadeva quando raccontava La storia infinita di Michael Ende. Parlava di Fantàsia e di fantasia. “Fantasia liberata” in grado di cambiare il corso della storia e “che ci porta nell’impossibile e ci conduce alla prova delle prove: realizzarla”.
Non è un caso che proprio da quel romanzo prenda il nome Atreju, la festa nazionale della destra italiana.
O quando trasformava Cyrano de Bergerac in una riflessione sulla dignità di saper dire «grazie, no», sull’amore ostinato e sul rifiuto del conformismo. Temi che attraversano da sempre questa tradizione culturale italiana. Si potrebbero citare decine di altre puntate: Corto Maltese, L’isola del tesoro, Jules Verne, Céline, René Guénon. Ma il punto non è l’elenco. Il valore di Lupus in Fabula era un altro. Rimettere in circolazione autori, libri e simboli troppo spesso raccontati attraverso il filtro del pregiudizio. Farli uscire dalle librerie dei «felici pochi» e farli diventare patrimonio di tanti.
È questo che lascia l’amaro in bocca. Se un programma come Lupus in Fabula è sacrificabile, allora il problema non è Pietrangelo Buttafuoco. È una destra che, dopo aver denunciato per anni l’emarginazione della propria cultura e la censura della sinistra, finisce per cancellare uno dei pochissimi spazi in cui quella cultura riusciva a raccontarsi senza complessi d’inferiorità, a parlare a tutti. A volare alto. Perché Buttafuoco quella storia la conosce e l’ha vissuta. Più di tanti che oggi siedono in Parlamento.
Alessandro Imperiali, 18 luglio 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).


