A quasi un mese dall’assalto alla frontiera di Ceuta, la domanda è piuttosto semplice: ma non dovevano essere tornati tutti indietro? Perché a sentire Pedro Sanchez nei giorni immediatamente successivi alla grande crisi migratoria di fine luglio sembrava praticamente fatta. Il 1° agosto il premier spagnolo scriveva all’Unione europea assicurando che Madrid aveva “ristabilito pienamente” il controllo della frontiera in meno di 48 ore e soprattutto aveva rimpatriato “praticamente tutti” i migranti entrati illegalmente nella città autonoma. Ventisette giorni dopo, però, scopriamo che a Ceuta ci sono ancora circa 5mila migranti.
Non lo dice Vox. Non lo sostiene qualche pericoloso influencer di estrema destra. Lo ha riconosciuto lo stesso ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska davanti al Congresso: delle oltre 70mila persone entrate nella città spagnola tra il 30 e il 31 luglio, circa 5mila sarebbero ancora lì. Tra loro ci sarebbero anche 1.500 minori. E pensare che già il 4 agosto Marlaska sosteneva che, su circa 72mila ingressi, ben 70mila persone fossero tornate in Marocco. Nove giorni dopo, però, lo stesso ministro ammetteva che in città ne rimanevano circa 5mila. Una contabilità quantomeno elastica, sulla quale da settimane si combatte anche una battaglia politica: il governo locale e le opposizioni contestano infatti le cifre dell’esecutivo centrale e sostengono che la presenza reale possa essere superiore.
Intanto Ceuta continua a fare i conti con ciò che resta di quella crisi che Madrid aveva sostanzialmente presentato come risolta. Le immagini che arrivano dalla città raccontano una situazione ben diversa dalla normalità annunciata. Migranti accampati, strutture di accoglienza sotto pressione, tensioni nelle strade e soprattutto una parte della popolazione che ha perso la pazienza. Nei giorni scorsi centinaia di persone sono scese in piazza. Altre manifestazioni sono state annunciate, mentre alcuni residenti promettono di continuare a protestare finché chi è entrato illegalmente non verrà allontanato.
Sui social circolano continuamente filmati delle contestazioni. E mercoledì e giovedì la situazione è degenerata anche in episodi che con una normale protesta hanno ben poco a che vedere: gruppi di incappucciati, persone armate di spranghe e bastoni, aggressioni e attacchi ai campi improvvisati dei migranti. Un cittadino ha raccontato di essere stato aggredito insieme alla propria famiglia durante una manifestazione che avrebbe dovuto essere pacifica. Questo va detto senza esitazioni. Perché una cosa è contestare la gestione dell’immigrazione, altra cosa è andare in giro con le spranghe. Ma il punto politico resta.
E nelle ultime ore la tensione ha superato un’altra soglia. Ieri pomeriggio, nell’area tra la spiaggia di Benítez e quella del Trampolín, una protesta contro la permanenza dei migranti è degenerata in violenza. Circa un centinaio di persone aveva inizialmente cercato di bloccare il passaggio di un convoglio della Croce Rossa diretto verso la spiaggia per distribuire generi alimentari. Poi alcuni manifestanti hanno oltrepassato il cordone della polizia, raggiunto uno degli accampamenti improvvisati e cominciato a distruggere le strutture e le poche suppellettili presenti.
Due ripari di paglia sono stati dati alle fiamme e dalla zona si è alzata una vistosa colonna di fumo, mentre le forze dell’ordine intervenivano con alcune cariche per riportare la situazione sotto controllo. Il particolare rende ancora più evidente quanto la situazione sia ormai sfuggita alla rassicurante fotografia scattata dal governo nelle prime ore dell’emergenza. Il Trampolín, del resto, era diventato uno dei simboli della crisi: il 20 agosto le autorità avevano trasferito dall’arenile circa 1.700 migranti verso strutture temporanee di accoglienza, ma poche ore dopo circa 500 persone erano già tornate sulla spiaggia. Dalla “crisi risolta” agli accampamenti sgomberati e ricostruiti, fino alle barricate e alle fiamme: in meno di un mese, Ceuta è diventata la rappresentazione plastica di un’emergenza che Madrid aveva fretta di dichiarare chiusa.
Di fronte a una città esasperata e a una crisi ancora tutt’altro che chiusa, il governo Sanchez sembra sempre più concentrato sul racconto delle proteste che sulle promesse fatte appena quattro settimane fa. Ángel Víctor Torres, ministro della Politica territoriale e oggi responsabile del comando unico per la crisi, ha denunciato l’esistenza di “gruppi organizzati che non vogliono il ritorno alla normalità”. E ha aggiunto: “Si sono viste persone incappucciate con spranghe”, accusandole anche di aver minacciato e aggredito cittadini di Ceuta impegnati nella distribuzione degli aiuti. Marlaska, dal canto suo, ha puntato il dito contro il linguaggio di PP e Vox, accusandoli di alimentare la “divisione sociale”. Benissimo. Gli incappucciati violenti vanno perseguiti. Le aggressioni vanno condannate. Le spranghe non sono uno strumento di dibattito politico. Ma tutto questo non cancella una domanda: come si è arrivati fin qui?
Perché mentre Madrid cerca i responsabili della tensione nelle piazze, resta sul tavolo il problema originario. Decine di migliaia di persone sono riuscite a entrare in territorio spagnolo nel giro di pochissimo tempo. Il governo ha annunciato di aver ripreso il controllo praticamente subito. Sanchez ha scritto a Bruxelles che quasi tutti erano stati rimpatriati. E oggi il ministro dell’Interno dice che ce ne sono ancora 5 mila. Non proprio un dettaglio. Anche perché la situazione sul terreno resta pesante. Il 22 agosto l’Efe raccontava di migliaia di migranti ancora nelle strade e di strutture di accoglienza sature, con centinaia di persone all’esterno in attesa di una sistemazione.
E soltanto negli ultimi giorni il governo ha deciso di imprimere una svolta alla gestione dell’emergenza, istituendo il famoso comando unico che per settimane non era stato ritenuto necessario. Perfino El País ha descritto la scelta come un cambio di rotta arrivato “quasi un mese dopo”, mentre Ceuta era ancora alle prese con migliaia di persone per strada. Ecco il vero cortocircuito del governo Sanchez. Prima la crisi viene descritta come sostanzialmente risolta. Poi si scopre che migliaia di persone sono ancora in città. Prima si assicura che la frontiera è tornata sotto controllo. Poi servono nuove strutture, un comando unico, nuovi interventi e decine di milioni per rafforzare la frontiera. Oggi Marlaska ha annunciato altri 35,5 milioni di euro per gli espigones e per un nuovo centro. Nel frattempo la rabbia cresce.
Ed è proprio qui che il racconto governativo rischia di diventare politicamente molto comodo: trasformare tutto ciò che sta accadendo a Ceuta in un problema di ordine pubblico provocato dagli estremisti consente di spostare la discussione. Gli estremisti esistono, gli incappucciati pure, e quando commettono violenze devono risponderne. Ma migliaia di cittadini che chiedono spiegazioni sulla gestione della crisi non possono essere confusi con chi gira per strada impugnando una spranga.
Ceuta non è soltanto il racconto degli scontri delle ultime ore. È soprattutto il conto di una crisi che Sanchez aveva assicurato di avere domato in meno di 48 ore e che, quasi un mese dopo, continua a occupare il governo, il Parlamento, le forze dell’ordine e soprattutto la vita quotidiana degli abitanti della città. Cinquemila persone sono ancora lì, secondo i numeri dello stesso esecutivo. E davanti a questo dato resta una domanda molto meno suggestiva degli «incappucciati», ma decisamente più imbarazzante per la Moncloa: se erano stati rimpatriati praticamente tutti, questi cinquemila da dove saltano fuori? La sensazione è che a Ceuta non sia soltanto saltata una frontiera. Sia saltata, ancora una volta, la narrazione di Pedro Sanchez.
Massimo Balsamo, 28 agosto 2026
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