Esteri

Ceuta invasa e Sanchez va in vacanza. Peccato che i conti non tornino

Madrid parla di emergenza rientrata, i residenti presidiano i quartieri e persino i socialisti locali smentiscono il governo. Ma il premier socialista pensa alla playlist estiva

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Cinquantamila persone entrano illegalmente in una città di 84 mila abitanti nell’arco di ventiquattr’ore. Poi, quasi per magia, oltre 48 mila tornano indietro. Tutto risolto, assicura il governo spagnolo. Frontiera sotto controllo, integrità di Schengen garantita, collaborazione con il Marocco perfettamente funzionante. Possiamo andare al mare. Peccato che dalle strade di Ceuta arrivi un racconto decisamente diverso da quello confezionato a Madrid. Il ministero dell’Interno sostiene che più di 48.300 dei circa 50 mila migranti entrati nell’enclave siano già rientrati in Marocco. Ma il primo problema è piuttosto elementare: nessuno conosce con certezza il numero di coloro che hanno attraversato il confine. Se non esiste un censimento attendibile degli ingressi, come può esisterne uno così preciso delle uscite?

Non è una domanda posta soltanto dagli avversari di Pedro Sánchez. Melchor León, esponente socialista e deputato dell’Assemblea di Ceuta, ha detto di provare “vergogna” per statistiche che non corrisponderebbero a ciò che si vede per strada. Fatima Hamed Hossain, leader di una formazione locale progressista, ha contestato pubblicamente il ministro degli Esteri José Manuel Albares: nei quartieri, ha spiegato, la realtà sarebbe ben diversa da quella raccontata dal governo. El Faro de Ceuta riferisce ancora di migliaia di persone in movimento, alterchi e interventi continui delle forze dell’ordine.

Insomma, il governo dice che sono usciti quasi tutti, mentre una parte della città continua a cercarli. Secondo stime non ufficiali raccolte dall’Ansa, circa tremila migranti potrebbero essere ancora nascosti tra abitazioni, imbarcazioni e anfratti lungo la costa. Non proprio una differenza trascurabile. A meno che anche tremila persone siano diventate un dettaglio statistico, una specie di arrotondamento umanitario.

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Intanto i residenti hanno fatto quello che normalmente dovrebbe fare lo Stato: hanno difeso i propri quartieri. In diverse zone periferiche sono comparse barricate improvvisate, catene, assi di legno e gruppi di cittadini incaricati di controllare gli accessi. Lasciano passare gli abitanti e le autorità, fermano gli sconosciuti. Qualcuno denuncia furti, intrusioni nelle abitazioni e molestie. Persino alcuni ragazzini partecipano ai presidi, spiegando di voler proteggere “le madri e le sorelle”.

Naturalmente sono già arrivate le accuse di razzismo. È il copione più prevedibile del mondo: lo Stato perde il controllo del territorio, i cittadini hanno paura, si organizzano come possono e alla fine gli imputati diventano loro. I ceutí, però, ricordano che nella città convivono da sempre comunità e culture differenti. Non contestano l’origine degli irregolari. Contestano il fatto che decine di migliaia di persone siano state lasciate entrare senza identificazione, assistenza o sorveglianza.

E qui veniamo al punto politico. Perché un movimento di queste dimensioni difficilmente può essere liquidato come una semplice crisi spontanea. Migliaia di persone si sono mosse contemporaneamente verso la stessa frontiera, mentre le autorità marocchine inizialmente non riuscivano — o non volevano — fermarle. Poi Rabat ha cambiato atteggiamento e il flusso si è quasi interrotto. Madrid continua a indicare le organizzazioni criminali, evitando accuratamente di attribuire responsabilità al Marocco. Ma il governo spagnolo ha ammesso di non avere previsto nulla: “Se avessimo avuto informazioni, non sarebbero entrate 50mila persone in ventiquattr’ore”, ha riconosciuto una fonte dell’esecutivo a El País. E non sono mancate anche le teorie complottiste, con accuse rivolte anche a Usa e Israele.

La soluzione trovata dopo il disastro è una barriera galleggiante di circa cinquecento metri lungo il frangiflutti del Tarajal. Una misura costruita anche per aggirare il problema giuridico creato dalla sentenza della Corte Suprema, secondo cui i respingimenti accelerati non possono essere applicati a chi raggiunge Ceuta a nuoto senza superare recinzioni o altre strutture fisiche. Ora Madrid mette una barriera anche in mare, così chi la oltrepassa potrà essere respinto. Una trovata forse necessaria. Ma tardiva: prima entrano in cinquantamila, poi si scopre che servivano le boe.

Comunque la calma sta tornando, assicurano le autorità. Ma la paura resta. Nicola Cecchi Bisoni, assessore al commercio, allo sport e al turismo, ha raccontato all’Ansa che Ceuta aveva lavorato per tre anni alla costruzione di un’offerta turistica di alto livello, anche grazie ai fondi europei. Ora teme che quel lavoro sia andato perduto. Dall’altra parte del confine, ricorda, gli stipendi medi si aggirano intorno ai 280 euro, dall’altra parte raggiungono i 1.500. Una differenza enorme, persino superiore a quella esistente tra Messico e Stati Uniti. È evidente che la pressione migratoria non scomparirà con qualche comunicato trionfalistico.

Pedro Sánchez, nel frattempo, ha iniziato le vacanze a Lanzarote. È arrivato con un Falcon dell’Aeronautica e soggiornerà con la famiglia nella residenza ufficiale di La Mareta. Prima di partire ha persino pubblicato la propria playlist estiva, consigliando agli spagnoli la colonna sonora delle ferie. L’agenda ufficiale non è stata ancora diffusa dalla Moncloa, ma intorno alla residenza sarà in vigore fino al 24 agosto una zona d’interdizione alla navigazione per ragioni di sicurezza.

Ecco, forse è proprio questa l’immagine perfetta della Spagna di Sánchez. A Ceuta i cittadini innalzano barricate per proteggere le proprie case. A Lanzarote il presidente viene protetto da una zona di sicurezza mentre sceglie le canzoni dell’estate. Il governo assicura che quasi tutti i migranti sono spariti. Gli abitanti li vedono ancora nelle strade. Ma non roviniamo le ferie al premier con domande troppo complicate. La playlist è già partita.

Massimo Balsamo, 2 agosto 2026

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