Ma guarda un po’ chi ti ritrovi alla parata militare in Cina. C’è chi va in pellegrinaggio a Gerusalemme, e chi — come Massimo D’Alema — sceglie Pechino, fianco a fianco con i “campioni” della democrazia globale: Xi Jinping, Vladimir Putin e Kim Jong-un. Veramente un bel quadretto. Il nuovo ordine mondiale basato su valori ben lontani dalla libertà, dalla democrazia e dal rispetto dei diritti umani. Tutti insieme appassionatamente, sotto il sole dell’80° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale. Una celebrazione, certo. Ma anche un messaggio politico chiarissimo: l’Occidente, qui, non è invitato. E la foto di gruppo che ha fatto il giro dei social è uno schiaffo a tutti noi.
Eppure lui, Baffino, non ci vede nulla di male. In un video rilanciato sui social — ovviamente con sottotitoli in cinese mandarino — eccolo mentre scandisce con tono grave: “Viviamo un momento difficile nelle relazioni internazionali. Io spero che da Pechino venga un messaggio per la pace, per la cooperazione, per il ritorno a uno spirito di amicizia tra tutti i popoli”. Pace e cooperazione, dette nella città che guida la repressione a Hong Kong, sorveglia milioni di cittadini con l’intelligenza artificiale e dà lezioni di “ordine” in piazza Tienanmen. Del resto, pure Kim e Putin, quella mattina, probabilmente avevano in mente la stessa parola: pace. Magari alla maniera loro. Del resto, inoltre, è un classico dei comunisti italiani flirtare con i tiranni nemici dell’Occidente.
La presenza dell’ex premier italiano alla parata non è caduta nel vuoto e non potrebbe essere diversamente. A destra — prevedibilmente — sono saltati sulla sedia. Naturalmente, D’Alema non è andato lì solo per scopi spirituali o per amore dell’etichetta. I rapporti con la Cina non li ha mai tagliati, anzi. Ha una società di consulenza, la DL & M Advisor, che si occupa proprio di internazionalizzazione. Indovinate dove? Anche in Cina, guarda caso. E tra un documento strategico e l’altro, si dedica anche al vino: è tra i fondatori di Silk Road Wines, la “Strada della Seta del vino”, che ovviamente esporta anche in territorio cinese.
Per carità, tutto legittimo. Ma fa un po’ specie vedere un ex premier italiano accodarsi ai leader di regimi che hanno ben poca simpatia per la libertà d’espressione, mentre ci racconta la favola della “pace globale”. E la sinistra? La sinistra-sinistra, quella massimalista, lo applaude. D’altronde, per certi ambienti, D’Alema resta l’icona del “vero comunismo”: oggi lo chiamano “pacifismo”, ieri si chiamava “non allineamento”, ma la sostanza cambia poco. Va detto: D’Alema in Cina non rappresentava l’Italia. Ma la sua presenza, il suo ruolo, le sue dichiarazioni, fanno rumore. Il cortocircuito politico è evidente. Perché se un ex premier italiano si mette a parlare di pace davanti ai carri armati del regime cinese, mentre stringe la mano a chi bombarda civili o lancia missili, c’è qualcosa che non torna.
Basterebbe già la sparata di mettere sullo stesso piano Israele con la Cina. È talmente grossa che non merita neanche una riflessione. La cosa preoccupante è però un’altra: D’Alema di fatto legittima quell’asse. E insieme a lui anche un pezzo di sinistra.
Franco Lodige, 4 settembre 2025
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