Quanto accaduto con l’annullamento dell’esibizione di Valerij Gergiev prevista alla Reggia di Caserta, per quanto giustificabile con le simpatie putiniane del noto direttore d’orchestra russo, resta un grossolano errore. Dal momento che Gergiev avrebbe dovuto esibire la sua arte, e non fare un comizio politico, non andava ostacolato. Io ritengo che non vi sia una cultura della pace vera e propria, a meno che non si entri sul piano delle filosofie orientali o dei nostri sentimenti di umanità, che però trovano difficile conciliazione con le secolari tensioni internazionali e con i voleri dei “potenti”, proprio quelli a cui si riferiva Trilussa nella “Ninna nanna della guerra”; esiste invece una cultura, quella vera, fondata sulla bellezza, che può alleviare il dolore delle guerre e mostrarsi tesa ad interromperle. Le guerre nascono dall’ignoranza, dai contaminatori moti di massa e dalla propaganda interna. Se non vi è dialogo, è difficile vedere ciò che vi è dall’altra sponda.
Vorrei porre una domanda ai molti che vorrebbero la morte della cultura e in nome di un occidentalismo cieco ed anti-liberale la fine del dialogo artistico: che facciamo, cancelliamo tutta l’arte scaturita dalle guerre o da intellettuali che nella storia hanno avuto un rapporto ambiguo con i regimi? Che vogliamo fare? Visto che Pirandello, Ungaretti, Marinetti, D’Annunzio e Malaparte hanno firmato il “Manifesto degli intellettuali fascisti” di Giovanni Gentile, non li leggiamo più, li censuriamo? Forse andrebbe ripreso in mano il “Manifesto dell’estetismo” di Oscar Wilde; ci ricorderebbe che l’arte non ha morale, si pone al di là del bene e del male. È pura bellezza, una bellezza che unisce.
La verità è che le guerre sono abominevoli. Durante o dopo il loro corso l’unica cosa che ha rappresentato un baluardo di speranza sono stati proprio l’arte e l’incontro tra culture. Dallo scontro tra Achei e Troiani è nata la civiltà greca; sono nate l’Iliade e l’Odissea. Polibio, più avanti, ha rappresentato un’unione prolifica ed immortale della civiltà greca con quella romana, come testimonia la citazione di Orazio “Graecia capta ferum victorem cepit”. E non è il solo, vi è anche Plutarco. Nonostante fosse stata sconfitta militarmente, la Grecia conquistò Roma sul piano culturale, con un vero e proprio ammaliamento artistico, intellettuale. Un lascito eterno.
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Durante una guerra o un regime, il rapporto tra intellettuale e potere è sempre controverso. Un vero intellettuale raramente non si schiera, anche indirettamente. Non si sa la reale proporzione tra vero convincimento ed adesione, o paura ed asservimento al regime; poi ovviamente c’è anche chi i regimi li combatte. In Italia dalla lotta al fascismo sono nati i capolavori di Beppe Fenoglio e Giovanna Zangrandi, a testimonianza di come l’arte e la cultura siano l’unico antidoto alle guerre a alle dittature. Se vogliamo realmente esportare la nostra democrazia, c’è bisogno anche e soprattutto di dialogo e cultura. Non di censura. La censura, anche nei casi giusti e motivati, è l’anima delle dittature.
Mi piacerebbe che queste mie parole sappiano di dialogo e di pace come le note dell’Opera 10 N. 12 (composta da Chopin durante la repressione russa della rivolta polacca) quando venivano suonate dal grande pianista sovietico Svjatoslav Richter. Potrebbero essere un monito a capire che l’arte non ha colori politici o nazionali, e che Gergiev andava assolutamente fatto esibire.
Flavio Maria Coticoni, 24 luglio 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


