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Verso le elezioni

Che idiozia impedire i sondaggi pubblici

Da domani scatterà il black-out elettorale. Che cos’è e perché rimane da sempre un’imposizione assurda

Enrico Letta Giorgia Meloni

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Da domani, entreremo ufficialmente negli ultimi quindici giorni prima del voto elettorale. Come già riportato sul sito nicolaporro.it, la vittoria del centrodestra dovrebbe essere già messa in cassaforte, salvo eccezionalità dell’ultimo minuto, con un exploit di Giorgia Meloni, il cui partito si attesta sopra il 25 per cento dei consensi.

Cos’è il black-out elettorale

Al di là delle cifre elettorali di questi ultimi mesi, però, l’ordinamento italiano si porta a dietro, ormai da anni, un antico retaggio statalista, che in molti definiscono “black-out elettorale”. In queste ultime ore, infatti, l’Authority della telecomunicazioni (Agcom) ha comunicato il divieto assoluto di pubblicazione di nuovi sondaggi pubblici elettorali, che decorrerà a partire dalla giornata di domani: “Con riferimento alle elezioni per il rinnovo della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica, fissate per il prossimo 25 settembre, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni ricorda che, a decorrere dalle 00.00 di sabato 10 settembre 2022 e fino alla chiusura dei seggi elettorali, è vietato rendere pubblici o comunque diffondere con qualsiasi mezzo i risultati di sondaggi demoscopici sull’esito delle elezioni e sugli orientamenti politici e di voto degli elettori”. L’imposizione si estenderà “anche alle manifestazioni di opinione e a quelle rilevazioni che, per modalità di realizzazione e diffusione, possono comunque influenzare l’elettorato”.

L’inutilità del divieto

Insomma, nel corso di una campagna elettorale, che vedrà trionfare la destra dopo undici anni di assenza a Palazzo Chigi, il problema rimane l’influenza esercitata nei confronti del cittadino elettore. Si badi bene, con ciò non vogliamo assolutamente dire che vi sia un “complottone” contro la coalizione di destra (anche perché il black-out elettorale c’è sempre stato), ma rimane curiosa l’inutilità di questa disposizione: la campagna elettorale delle prossime due settimane, da parte di giornali e politici, influenzerà di meno rispetto alla pubblicazione dei sondaggi? È maggiormente impressionabile una stima elettorale, imparziale e apolitica, che si limiti a riprodurre solo la realtà politica del Paese, oppure una dichiarazione di personaggi pubblici alle Elodie o Ferragni?

Insomma, se si vuole essere veramente coerenti con questo divieto, allora si ponga un bando a qualsiasi forma di opinione e di libera manifestazione di espressione, almeno nei quindici giorni prima delle elezioni. Altrimenti, si tratta di una norma farlocca, inutile, irrispettata già dalle sue stesse fondamenta.

Oppure, ed è la tesi che noi sosteniamo, si lasci totale libertà di informazione fino all’ultimo secondo prima dell’apertura delle urne. Il cittadino votante non deve godere di alcune patente di legittimità, o di alcun sostegno prima dell’esercizio di uno dei suo diritti fondamentali. Anzi, rimane concettualmente sbagliata l’idea di uno Stato-papà, con l’autoassunto compito di accompagnare il proprio figlio in un processo di sensibilizzazione politica, come se l’individuo potesse essere condizionato da uno zero virgola in più o in meno.

In un mondo fatto da social, polarizzazione politica ed informazioni che circolano in qualsiasi angolo del globo, il legislatore italiano rimane ancora legato ad antichi divieti del passato, che mai riuscirebbero a conciliarsi con la vita digitale ed ultraveloce dell’attuale politica. L’imposizione è stata introdotta nel 2000; da allora, sono solo quattro i Paesi che pongono le stesse restrizioni dell’Italia (Grecia, Ucraina, Corea del Sud ed Argentina). Stati sicuramente importanti, ma che, fatta eccezione per Seul, non paiono essere le più grandi manifestazioni di stabilità e libertà politica.

Matteo Milanesi, 9 settembre 2022