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La carica delle star contro Meloni

Che tristezza la Bertè anti-meloniana

La storica cantante si scaglia contro la leader per la fiamma nel simbolo di Fdi

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La faccenda è grottesca eppure seria: ha a che fare con l’uso dei social, che sono una invenzione di questo secolo. Loredana Bertè (non) è una signora del secolo scorso, lo ha cavalcato alla grande, successi e disastri, Panatta e Osama bin Laden, George Bush e don Lurio, Andy Warhol e Renato Zero, Bjorn Borg e Bill Clinton, ha frullato tutto, ma è rimasta a quell’immaginario perenne che fu la vita sua. E non capisce il pericolo dei social, una miccia che può farti esplodere la bombetta in mano. Forse un po’ risentita per l’uso compulsivo delle succedanee alla Elodie, anche Lori ha deciso di iscriversi al “Partito dei cretini” e ha sparato la sua scontatissima intemerata contro Giorgia Meloni.

Il suo video su Instagram è tristemente delirante: “Non ti chiamo onorevole perché non lo sei, come la maggior parte dei politici [e il qualunquismo bussò], tu la fiamma la devi togliere, quando te lo chiede la senatrice a vita Segre la togli e basta, hai capito”. Il manicomio d’inverno: chi sarebbe la Segre? La Madonna pellegrina dei simboli elettorali? Una che quando lo sciagurato Enrico candida una banda di ragazzini antisemiti, non fiata? Che facciamo, prendiamo tutti ordini da Liliana? Su tutto?

E va bene, la solita trombonata, senile, di una vecchia gloria. Solo che il web non perdona e i social si sono immediatamente riempiti di odiatori molto puntuti e molto documentati: chi le oppone le innumerevoli scivolate, chi ricorda quando chiedeva soldi per pagare il mutuo, chi le rinfaccia i tormentati rapporti con la sorella, chi la irride in quanto groupie di Che Guevara, che per la Nostra è patrimonio dell’umanità (è vero, non stiamo esagerando). Fra tanti commenti beceri e irrilevanti, almeno uno merita la menzione: “Lei la fiamma ce l’ha in testa, color del metano”. È tracimata tutta la consistenza, la situazione di una ultrasettantenne che fu grande artista, ma che si è poi avvitata in una spirale straziante.

I social non hanno anima, solo memoria. Non perdonano niente. Ti sputtanano alla prima occasione. Per questo, tante volte, sarebbe da ricordare la lezione di Wittgenstein: no, non tanto le più abusate, “su ciò di cui non si può parlare, meglio tacere”, “anche per il pensiero c’è un tempo per arare e uno per mietere”; ma l’altra, quella che recita: “Il talento è una fonte da cui sgorga acqua sempre nuova. Ma questa fonte perde ogni valore se non se ne fa il giusto uso”. Ora, Loredana Bertè ama definirsi comunista, lo ha sempre fatto e va bene, ognuno la pensi come vuole, sordo ai riscontri della storia; il punto, però, è che non si capisce dove mai sia stato il marxismo di Bertè, una che ha passato la vita a diventare Loredana, c’è riuscita, ne ha pagato i prezzi, anche tragici, ma non risultano gesti di resistenza proletaria, atti di fede marxista. Dove sta: in un poster del Che? Nella maglia con falce e martello sotto il chiodo di pelle? Nella pura posa, proiezione del nulla, secondo lezione del suo amico Andy?

Soldi, trasgressioni, provocazioni, cazzi propri, cazzi amari, drammi, trionfi, tonfi, l’edonismo anni Ottanta: chi scrive la ricorda, la Bertè, uscire per Lambrate, splendida, mediterranea, su un Vespone blu: ferma al semaforo, in shorts, ricciuta e irraggiungibile, la gamba abbronzata fino a terra in attesa del verde: il traffico si fermava, il quartiere smetteva di respirare. Era così, abitava a pochi passi da me, nella casa di Daniela Zuccoli, quella dove poi tentò il suicidio e la salvò Renato Zero che, non ricevendo risposta dalla segreteria, capì tutto e spedì un’ambulanza all’ultimo momento.

Nella vita della Bertè c’è stato davvero tutto e il contrario di tutto, ma il comunismo è difficile da rintracciare. Ed è davvero triste, adesso, vedere una che fu grande cantante ridotta così, con una scuffia, una bandana, una roba in testa che la fa sembrare un trichecone siliconato mentre mastica parole stralunate, “lei scci deve vergognare, scciamo veramente sthufi”. A cosa è servito questo attacco sgangherato? Sì, d’accordo, a far parlare di sé, ma in un modo crudele, che strappa senza misericordia un velo fragilissimo. Ha scritto Tommaso Cerno, uno che col Pd non c’entrava niente e, se Dio vuole, se n’è accorto: “Fiumi d’inchiostro contro il fascismo e la destra nera, e poi gli antisemiti li candida il Pd”. Hanno scritto a migliaia: “Ah, quella sciroccata di Loredana Bertè coi capelli celesti”. Almeno quest’ultima derapata, Lori, te la potevi risparmiare.

Max Del Papa, 21 agosto 2022