Si chiama Eithan Bondi il ventunenne catapultato in poche ore dall’anonimato alle pagine di cronaca. Il giovane è indagato dalla Procura di Roma per aver sparato con una pistola ad aria compressa a un uomo e una donna dell’Anpi in occasione del 25 aprile. Un caso che ha scosso la comunità politica e non, con le consuete reazioni del caso, tra chi accusa la comunità ebraica per non aver fatto abbastanza e chi ha colto l’occasione per sparare a zero contro gli ebrei.
Il suo nome è rimbalzato ovunque insieme alle parole più pesanti: violenza politica, estremismo, spedizioni punitive, gruppi radicali. Si indaga ed è giusto che si indaghi per capire se possa essere coinvolto anche in altri episodi avvenuti a Roma negli ultimi anni, comprese aggressioni denunciate durante manifestazioni legate al fronte pro Palestina. Gli investigatori faranno il loro lavoro e dovranno chiarire se esista davvero una rete organizzata o se invece ci si trovi davanti a vicende scollegate tra loro. Questo è il terreno serio delle inchieste.
Quel che si sa sul suo conto non è molto: frequentava la facoltà di Architettura ma ha lasciato l’università. Nell’ultimo periodo avrebbe lavorato tra consegne e magazzini. Secondo Repubblica, la sua famiglia non sarebbe stata a conoscenza del suo coinvolgimento nei fatti di Roma. All’interno della sua abitazione, inoltre, gli agenti della Digos avrebbero trovato coltelli, bandiere di Israele e diverse pistole da soft air. L’ipotesi degli inquirenti è che Bondi faccia parte di gruppi che si sono resi responsabili di azioni filo-sioniste nella capitale.
E così Bondi nel giro di poche ore è già diventato, nel racconto pubblico, qualcosa di molto più grande di una persona sotto indagine: è il volto del fanatismo, il militante violento, il nemico perfetto. E a consolidare il copione arrivano subito gli elementi scenici, a partire dai ritrovamenti nella sua abitazione. Tutto materiale che dovrà essere valutato con equilibrio, ma che nel circuito mediatico diventa istantaneamente prova morale.
È qui che bisogna fermarsi un momento. Perché possedere coltelli in casa non significa essere pronti a colpire qualcuno. Avere armi ad aria compressa non trasforma automaticamente nessuno in terrorista. Un casco non certifica appartenenze paramilitari. Una mimetica non basta a dimostrare l’esistenza di una cellula eversiva. Altrimenti si passa dal diritto alla scenografia, dalla prova all’impressione, dalla giustizia al casting.
E c’è un altro punto che meriterebbe maggiore serietà: non ogni episodio violento può essere automaticamente rubricato come tentato omicidio solo perché l’espressione colpisce l’opinione pubblica. Per contestare un reato del genere serve dimostrare la volontà concreta di uccidere, non soltanto la presenza di un’aggressione o di un’arma. Serve accertare intenzione, dinamica, modalità del fatto. Altrimenti qualsiasi ferimento, qualsiasi colluttazione grave, qualsiasi gesto sconsiderato rischia di essere trasformato nella fattispecie più clamorosa disponibile, utile magari a riempire aperture di tg e prime pagine, ma molto meno utile alla verità.
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Resta poi la doppia morale che accompagna da anni la cronaca politica italiana. Se a casa di un ragazzo vengono trovati coltelli e pistole da softair, ecco immediatamente il mostro. Se invece nelle piazze rosse sfilano i soliti professionisti del disordine con bastoni di ferro, aste usate come manganelli, caschi e volti coperti, allora il linguaggio si addolcisce: tensioni, frange, momenti concitati, degenerazioni isolate. Mai la stessa fretta nel definire estremisti. Mai la stessa severità nel raccontare. Nessuno chiede indulgenza per Eithan Bondi. Se ha sbagliato, pagherà. Se emergeranno altre responsabilità, saranno contestate. Ma uno Stato serio non condanna in conferenza stampa e non decide chi sia un pericolo pubblico in base alla simpatia politica. Giudica i fatti, usa le parole giuste e applica lo stesso metro a tutti. È chiedere troppo?
Franco Lodige, 29 aprile 2026
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