
Questo nostro stramaledetto Paese dovrà capire un giorno che per biasimare un comportamento, un personaggio pubblico o un politico non serve necessariamente condannarlo sul piano penale. Il caso di Chiara Ferragni è l’ultimo, ennesimo esempio di un sistema mediatico che non si accontenta finché un giudice non appone il bollino di “condannato” al nemico di turno.
Sia chiaro: su questo sito abbiamo più e più volte, soprattutto grazie alla penna di Max del Papa, criticato aspramente l’operato della fu regina delle influencer, spernacchiandola per quel catastrofico video in pigiama e dando conto del trucchetto con cui aveva spacciato per beneficienza una trovata pubblicitaria. Ma una volta avviata l’indagine avevamo anche messo in guardia i giustizialisti di ogni ordine e grado, invitandoli a ricordare – quando era piuttosto impopolare sostenerlo – che Chiara Ferragni era innocente fino a prova contraria. Perché una cosa è commentare aspramente, o condannare a parole, un comportamento scorretto. Un’altra è accanirsi sul piano penale.
“Questo significa che la moglie di Fedez è una santa?”, scrivevamo. “No, ovviamente. L’errore l’ha commesso eccome, come ha piagnucolato lei stessa in quel tragicomico video: la campagna pubblicitaria per i pandori (o per le uova di Pasqua) serviva più a dar credito alla propria immagine che a far bene ai bambini dell’ospedale Regina Margherita di Torino. E infatti finché non l’hanno pizzicata con le mani nella marmellata si è ben guardata dall’ascoltare chi già un anno fa la criticava. Ha gabbato gli acquirenti? Sì, dal nostro punto di vista. Ma da qui a configurare un reato ce ne passa”.
L’influencer ha già pagato un prezzo enorme. Sanzioni pesantissime per pratica commerciale scorretta, una reputazione dissolta come neve al sole in poche settimane, un impero costruito in anni ridotto a un cumulo di macerie. La moralizzatrice è stata moralizzata. Da icona intoccabile s’è trasformata in figura imbarazzante, da evitare, quasi tossica. Davvero serviva anche il processo per truffa aggravata, con l’obbligo – da parte del pm – di dimostrare il dolo, cioè l’intenzione consapevole e pianificata di frodare i consumatori?
Il punto non è stabilire se sia stata assolta o prosciolta, come si ostina a fare Selvaggia Lucarelli. Alla quale va dato il merito di aver scoperchiato il vaso di Pandora, ma a cui va ricordato che esiste una differenza sostanziale tra errore grave e reato penale. Ferragni ha sbagliato? Sì, e in modo clamoroso. Ha pagato? Decisamente, tra multe dell’Antitrust, beneficenze varie, esposizione mediatica e perdita di credibilità. Trasformare tutto questo in una battaglia giudiziaria era superfluo. La partita era già chiusa da un pezzo, visto che non esiste al mondo oggi un brand disposto a mettere il proprio nome a fianco di quella che resterà per sempre Nostra Signora del Pandorogate.
Il vero paradosso, ora, è che questo epilogo rischia di fare il suo gioco: da colpevole morale a vittima riabilitata. Segnatevelo.
Giuseppe De Lorenzo, 15 gennaio 2026
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