Esteri

Chiedersi perché la gente vota Afd

Il voto in Sassonia-Anhalt certifica la crisi dei partiti tradizionali: demonizzare la destra non basta più e l’Europa rischia di trasformare l’AfD nel nemico perfetto

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Il successo dell’Alternative für Deutschland in Sassonia-Anhalt non è un semplice risultato regionale. È il sintomo di una crisi profonda della politica tedesca. E mentre Berlino si scopre sempre più fragile, Bruxelles rischia di trasformare l’AfD nel nemico perfetto. La vittoria dell’Alternative für Deutschland in Sassonia-Anhalt è molto più importante di quanto potrebbe suggerire la geografia elettorale. Certo, stiamo parlando di uno dei Länder più piccoli della Germania, con appena 1,7 milioni di elettori su circa 59 milioni a livello nazionale. Ma in politica il peso di un voto non si misura soltanto con il numero degli abitanti.

Ci sono risultati che valgono più dei loro numeri. E quello della Sassonia-Anhalt è uno di questi. L’AfD ha ottenuto un risultato clamoroso, arrivando a un passo dalla maggioranza assoluta. È un dato che dovrebbe far riflettere soprattutto i partiti tradizionali, perché conferma una tendenza ormai difficile da ignorare: una parte crescente dell’elettorato tedesco non si riconosce più nelle forze che per decenni hanno governato il Paese.

Il problema non è più soltanto l’AfD

Il punto centrale è proprio questo. Continuare a raccontare l’avanzata dell’AfD esclusivamente come il ritorno dell’estrema destra significa non comprendere fino in fondo ciò che sta accadendo nella società tedesca. L’AfD cresce perché intercetta paure, rabbia e insoddisfazione che i partiti tradizionali non riescono più a rappresentare. Immigrazione, sicurezza, crisi economica, costo dell’energia, perdita di competitività dell’industria e crescente sfiducia nelle istituzioni sono diventati temi decisivi per milioni di tedeschi.

Demonizzare questo consenso non lo farà scomparire Anzi, può produrre l’effetto opposto: rafforzare la convinzione, tra gli elettori dell’AfD, che il sistema politico tradizionale voglia semplicemente impedire loro di essere ascoltati. Il risultato della Sassonia-Anhalt mette quindi sotto pressione anche il cancelliere Friedrich Merz. Il governo di Berlino deve già affrontare una fase politica complicata, tra difficoltà economiche, divisioni nella coalizione e consenso tutt’altro che solido. Ora dovrà fare i conti con una destra che continua ad avanzare e che può presentarsi agli elettori come l’alternativa al vecchio sistema. E questo rischia di diventare un problema enorme.

Una Germania più debole significa un’Europa più debole

La questione, infatti, non si ferma ai confini tedeschi. La Germania è il principale motore economico dell’Unione europea e uno degli attori politici più importanti del continente. Se Berlino entra in una fase di crescente instabilità, le conseguenze arrivano inevitabilmente a Bruxelles. L’Europa deve già affrontare una lunga lista di emergenze: la guerra in Ucraina, la sicurezza energetica, la difesa, l’immigrazione, la crisi industriale e la competizione economica globale. Servirebbe una Germania forte, stabile e capace di assumere responsabilità.

E invece il rischio è quello di una Germania sempre più concentrata sui propri problemi interni. Se il governo di Merz sarà costretto a dedicare gran parte delle proprie energie a contenere l’avanzata dell’AfD, la capacità di Berlino di esercitare una leadership europea potrebbe ridursi ulteriormente. E un’Europa senza una Germania politicamente forte rischia di diventare ancora più fragile.

Bruxelles e il grande spauracchio della destra

C’è poi un secondo paradosso, tutto europeo. La crescita dell’AfD offre alle istituzioni comunitarie e alle forze centriste un argomento politico potentissimo: presentarsi come l’unico argine possibile all’estremismo.

Il messaggio è semplice: o scegliete il centro, oppure arriveranno gli estremisti. È una strategia che può funzionare elettoralmente. Ma porta con sé un rischio enorme. Perché l’AfD può diventare il pretesto per giustificare politiche che, in condizioni normali, molti partiti tradizionali avrebbero esitato ad adottare. Soprattutto sull’immigrazione, sui controlli alle frontiere e sulle espulsioni.

Il ragionamento è apparentemente semplice: dobbiamo essere più duri per impedire alla destra radicale di crescere. Ma fino a che punto si può inseguire l’AfD senza finire per rafforzarne le stesse battaglie? È una domanda che l’Europa dovrebbe porsi seriamente. Perché se il centro politico comincia ad adottare il linguaggio e alcune delle proposte della destra radicale, rischia di trasformare l’AfD da forza contestatrice in forza capace di dettare l’agenda.

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La Germania, inoltre, ha una ragione in più per preoccuparsi. La crescita di una forza nazionalista radicale ai vertici della politica rappresenta inevitabilmente uno shock per un Paese che ha costruito gran parte della propria identità democratica del dopoguerra sul rifiuto del nazismo. Proprio per questo il risultato della Sassonia-Anhalt dovrebbe aprire una stagione di seria riflessione. Non basta chiedersi come fermare l’AfD. Bisogna chiedersi perché milioni di cittadini tedeschi la votano. Perché quando un partito raggiunge risultati così importanti, il problema non è soltanto il partito stesso. È anche il sistema che gli ha permesso di crescere.

La vera sfida per Berlino sarà quindi ricostruire fiducia, sicurezza e prospettive economiche. Per Bruxelles sarà evitare di trasformare l’AfD nel nemico utile a giustificare qualsiasi scelta politica. Perché giocare con il fuoco dell’estremismo è sempre pericoloso. E il rischio più grande, alla fine, non è soltanto una Germania governata o condizionata dall’AfD. È una Germania destabilizzata.

Una Germania divisa, politicamente paralizzata e sempre più ripiegata sulle proprie emergenze interne sarebbe il peggior scenario possibile per l’Unione europea. L’AfD può essere fermata soltanto comprendendo le ragioni della sua crescita. Se invece la risposta sarà soltanto paura, demonizzazione e appelli al voto utile, il rischio è che la protesta diventi sistema. E allora non sarà più soltanto la Germania ad avere un problema. Sarà tutta l’Europa.

Apostolos Apostolou. 9 settembre 2026

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