
Siamo alle comiche ormai. A Napoli, nel quartiere Barra, lo street artist Jorit Agoch ha acceso non poche polemiche dedicando la sua ultima opera a Francesca Albanese, la Relatrice speciale ONU per i Territori palestinesi occupati, nota per le sue posizioni molto dure e critiche su Israele.
Il murale la raffigura con lo stile realistico tipico dell’artista, accompagnato da un messaggio ispirato alla canzone “Tutt’ egual song’ ’e criature”. Il riferimento è diretto ai bambini vittime della guerra a Gaza, tema che l’artista napoletano ha voluto portare all’attenzione pubblica attraverso l’arte urbana.
Il confronto con Maradona
A Napoli, i murales hanno spesso celebrato figure capaci di unire la città. Il caso più emblematico è quello di Diego Armando Maradona, il cui volto campeggia in diversi quartieri come simbolo condiviso di identità, riscatto e appartenenza collettiva.
Proprio questo confronto è emerso nel dibattito: mentre il calciatore argentino rappresenta una figura trasversalmente amata, la scelta di dedicare un murale alla Albanese è da considerarsi divisiva e fortemente schierata. La relatrice Onu, che da sempre catechisa le masse sulla questione palestinese, non ha mai nascosto il suo disprezzo verso Israele. L’ultima sua uscita risale a febbraio scorso quando durante un forum organizzato da Al Jazeera a Doha, avrebbe definito Israele “un nemico comune dell’umanità”. Non proprio una portatrice di messaggi di pace o amore.
Le critiche: “lo spazio pubblico non è neutro”
Una parte delle critiche si concentra su un principio base: lo spazio pubblico, essendo di tutti, non dovrebbe essere utilizzato per promuovere figure considerate controverse o portatrici di odio.
Un murale in un quartiere popolare non è solo un’opera d’arte, ma una forma di comunicazione potente e permanente. Per questo motivo, dovrebbe rappresentare valori condivisi, evitando di alimentare tensioni politiche. L’opera ha scatenato l’ira di alcuni contestatori che sostengono che dedicare un’opera alla Albanese significhi “prendere una netta posizione” in un conflitto internazionale complesso, trasformando un muro cittadino in uno spazio di propaganda personale.
La scelta di Barra come sede del murale di Jorit Agoch poi è tutt’altro che casuale. Si tratta infatti di un quartiere segnato da criticità sociali e da episodi ricorrenti di criminalità, dove l’arte urbana assume spesso un ruolo che va oltre l’estetica, diventando strumento di attenzione pubblica e possibile leva di riqualificazione.
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Le reazioni a favore
Jorit ha rivendicato la sua scelta, definendo Albanese una figura “coraggiosa” e ribadendo il ruolo dell’arte come strumento per affrontare temi scomodi. L’obiettivo, ha spiegato, è dare visibilità alle sofferenze dei più deboli e stimolare una riflessione collettiva.
A supportare l’artista ci ha pensato anche Patrizio Gragnano, consigliere M5S della VI Municipalità che afferma: “Finalmente si parla di questa zona non solo per il degrado o le criticità, ma per la bellezza: un’opera che sostituisce un muro grigio e degradato. Francesca Albanese è una figura che apprezzo, ne condivido le azioni e il coraggio: non avrei scelto un volto diverso per rappresentare questo messaggio”.
La domanda finale è: fino a che punto l’arte pubblica può — o deve — assumere una valenza politica? E soprattutto, era davvero necessario scegliere una figura così divisiva e portatrice di posizioni ostili verso altri popoli, invece di puntare su un personaggio meno schierato e capace di unire?
Cristina de Palma, 14 aprile 2026
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