in

Ci vogliono le ronde in difesa delle statue

Dimensioni testo

Quando vedo le scene degli assalti alle statue, il mio ricordo cinematografico più evidente è quello del film il Pianeta delle Scimmie, sia nella versione del 1968 con il grande Charlton Heston sia la serie di film più recenti, soprattutto quello diretto da Tim Burton (2001). Per questa ragione non mi soddisfa come dal campo conservatore e di destra stiamo affrontando il fenomeno. Da un lato, ci lamentiamo troppo, un atteggiamento purtroppo molto diffuso in coloro che si percepiscono minoranza: una condotta da vecchie zie, che magari ci salveranno, come diceva Longanesi, ma intanto annoiano. Basta deprecatio, basta lamentatio: chi è ostile all’assalto scimmiesco a statue e monumenti rappresenta la maggioranza della popolazione. La quale non ha tempo da perdere per manifestare e protestare, perché vuole e deve lavorare: ma a cui non dispiace che un manipolo di persone faccia sentire la sua voce. La nostra deve essere quella della maggioranza silenziosa.

Dall’altra vedo analisi che prendono troppo sul serio il fenomeno: leggo di paragoni con il comunismo e con l’islamismo, del decostruzionismo post moderno, del presentismo. No, ma dico, li avete visti in faccia? E volete parlare di Derrida e di Zizek? Il confronto con il comunismo è semplicemente insultante, per i comunisti. I quali volevano ereditare la tradizione borghese, non distruggerla. E rifuggivano, giustamente, dalle folle (a cui facevano sparare addosso). Più sensato il paragone con i talebani, ma ancora una volta a danno degli islamici, che almeno credono in Dio, mentre gli “antirazzisti” non credono in nulla, sono la rappresentazione del nichilismo compiuto dell’età della tecnica – quella in cui, diceva giustamente Martin Heidegger, solo un Dio ci può salvare.

Né vale il discorso della scarsa cultura, Certo, molti di questi primati vengono da università inglesi e americane che, come sanno tutti coloro che le hanno frequentate, forniscono nelle discipline umanistiche e di scienze sociali una preparazione assai scarsa, soprattutto nei primi anni di università. Mediamente gli universitari americani e inglesi hanno una preparazione storica e geografica pari a quello di un nostro alunno di scuola media inferiore.

Ma non spiegherò l’assalto alle statue con l’ignoranza, come fanno alcuni che si illudono illuministicamente di dialogare con i primati e di far loro mutar idea. Per capire il fenomeno ci serve solo un classico dell’età contemporanea: lo psicologo francese Gustave Le Bon. Nella Psicologia delle folle, uno dei grandi testi del Novecento (benché pubblicato nel 1895) Le Bon descrive le ragioni per le quali persone singolarmente pacate e ragionevoli si trasformano in scimmie impazzite: “l’individuo nella folla acquisisce, solo per il fatto di fare numero, un sentimento di potenza invincibile che gli permette di cedere agli istinti, visto che la folla è anonima, quindi irresponsabile… La seconda causa è il contagio mentale… in una folla tutto il sentimento, tutto l’atto è contagioso, al punto che l’individuo sacrifica facilmente il proprio interesse personale a quello collettivo, una cosa contro natura …Una terza causa è la suggestibilità”: e a questo servono i meneurs de foules, i demagoghi, che aizzano la massa per perseguire i propri scopi.

Le folle violente vanno trattate solo in un modo, non con il dialogo pedagogico e l’illusione illuministica, ma con la violenza. Se possibile, quella “legittima” dello Stato che ne esercita il “monopolio” (buoni cent’anni, professor Max Weber). Come ha detto il ministro della Giustizia inglese, “i vandali devono finire in galera entro 24 ore”. Peccato però che, a Bristol, il capo della polizia locale abbia dato ordine di non intervenire e anzi abbia mezzo lodato i violentatori, come ha fatto pure incredibilmente un ministro del governo di Johnson, che ahimè si sta rivelando assai cedevole sui punti essenziali che distinguono un conservatore da un progressista. E anche negli Stati Uniti la polizia è stata a guardare.