Cronaca

Come si fa a celebrare davvero Falcone

A 34 anni da Capaci, l’Italia celebra il magistrato ma continua a evitare le domande più scomode

giovanni falcone Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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A trentaquattro anni dalla strage di Capaci, il nome di Giovanni Falcone continua a rappresentare uno dei simboli più alti dello Stato nella lotta alla mafia. Ogni commemorazione è doverosa. Ogni ricordo è necessario. Falcone non fu soltanto un magistrato coraggioso: fu un uomo che comprese prima di molti altri la natura moderna, economica e internazionale di Cosa Nostra. Pagò con la vita questa lucidità, insieme a Francesca Morvillo e agli agenti della scorta.

Eppure, mentre il Paese giustamente celebra il suo sacrificio, resta una domanda che continua ad attraversare la storia repubblicana: sappiamo davvero tutta la verità sulle stragi del 1992? La narrazione ufficiale ha fissato alcuni punti fermi: la mafia decise di colpire Falcone e, poche settimane dopo, Paolo Borsellino per reagire alla pressione investigativa e giudiziaria culminata nel maxiprocesso. Ma, col passare degli anni, numerosi elementi hanno suggerito che quella stagione di sangue potrebbe non essere stata soltanto una vendetta mafiosa. Troppe zone d’ombra, troppe anomalie, troppi silenzi continuano a emergere.

Ci sono le domande sui depistaggi, sui falsi collaboratori di giustizia, sulle agende scomparse, sulle presenze mai chiarite nei giorni delle stragi. Ci sono le ombre dei rapporti fra pezzi dello Stato, apparati deviati, interessi politici ed equilibri internazionali. E soprattutto c’è la netta sensazione che la verità processuale, pur fondamentale, non coincida ancora con la verità storica. Falcone stesso aveva intuito che la mafia non fosse un corpo isolato, ma un sistema capace di intrecciarsi con poteri economici e istituzionali. Per questo il suo insegnamento oggi non può ridursi a una rituale celebrazione. Ricordarlo davvero significa avere il coraggio di continuare a fare domande scomode.

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Perché ogni anniversario rischia di trasformarsi in una liturgia rassicurante: le corone di fiori, le frasi solenni, gli applausi unanimi. Ma la memoria autentica non è mai comoda. E non può accontentarsi di una verità incompleta. Dopo oltre tre decenni, il Paese conosce gli esecutori mafiosi di quelle stragi, ma continua a interrogarsi sui mandanti esterni, sulle coperture, sulle convergenze di interessi che resero possibile quella stagione terroristica. Non è revisionismo, né dietrologia: è la consapevolezza che alcune pagine decisive della nostra Repubblica restano ancora oscure.

Celebrando Falcone, dunque, non si dovrebbe soltanto ricordare un eroe civile. Si dovrebbe anche riconoscere con onestà che la ricerca della verità non è conclusa. E che forse proprio questo è il lascito più scomodo del magistrato palermitano: l’idea che la giustizia non possa fermarsi davanti alle convenienze, ai compromessi o alle verità di comodo.

Salvatore Di Bartolo, 23 maggio 2026

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