
Poche sere fa scendo a Pescara per il concerto di un amico, carissimo ma che non vedo da tempo, il locale non lo trovavo, giro, giro per la zona “vecchia” come uno che si è perso finché me lo indicano ed è una esperienza surreale, impercettibile se non ci vivi, una tana, una stiva di flotilleri, il bandierone palestinese, pare una succursale di Askatasuna, una faccenda che perfino Hamas avrebbe trovato eccessiva. Per entrare dovevi fare la tessera dell’Arci, 5 euro, niente di che, ma senza non passi. Il bello è che questo mio amico è uno dei pochi di rigore e di valore, uno che alle pagliacciate da concertone non si presta. Ma è per dire come funziona: la filiera dei buchi pro Hamas passa per l’Arci che vuol dire Pd, salendo di livello il partito controlla, direttamente o a mezzo di figure formalmente indipendenti ma ideologicamente affini, metà artisti e metà industriali come Agnelli, il circuito dei concerti, degli spettacoli che passano per i manager, i procuratori esattamente come nel calcio: senza passare per la filiera non ci arrivi nei locali, nelle arene, nei palazzetti, nelle televisioni dove il Pd comanda sempre, a Sanremo come al Concertone della Cgil (le altre sigle sono di mera rappresentanza). Ed è evidente che Sanremo e Concertone comunista sono appendici dello stesso circuito, stessi artisti, stessi procuratori, stesse dinamiche e stesse farneticazioni nemmeno ideologiche, solo cretine, becere, della propaganda più idiota e sgangherata, politicamente analfabeta o canagliesca.
Quest’anno “era già tutto previsto” (che dolore vedere un vero, grande artista come Cocciante in mezzo a tanta fognaria mediocritas, ma ha un disco in uscita e ormai nessuno vende più, bisogna adeguarsi alle logiche), ed andato tutto come previsto, al culmine della settimana rossa di furori e di violenze, di menzogne: mentre gli antagonisti venivano spediti dalla sinistra politica, partitica, a far casino in piazza, a san Giovanni le caricature di artisti facevano la parte loro: e quale stupore può esserci, se mai melanconia, avvilimento nel sentire la cariatide Pelù, che ha appena riunito il resto del cronicario per l’ultimo giro di soldi, esattamente come l’ascetico Lindo Ferretti, sbraitare nel modo più falso, più pacchiano contro “fascismo e genocidio”, lui uomo d’ordine dai 18 vaccini e le trenta mascherine?
Sfilano i nessuno e le spocchiosette dalla carriera un po’ così, tra pianobar e corvées sanremesi, cazzatelle senza storia e concerti da stadio finanziati dalla casa discografica che poi fa scontare i flop: e le principessine col cipiglio dello spettacolino commerciale che fanno? Inneggiano a Che Guevara, a Mattarella con tanto di magliettina patetica, oppure si rifanno allo specifico gender come la Smalla Mama salvata da Dubai ma irriconoscente. Tutti a cavalcare la tigre che più fa comodo. Perché, come li avrebbe crocifissi al legno delle loro ipocrisie Frank Zappa, “siamo qui solo per i soldi” e i soldi, in tempi di magra, si fanno votandosi alla propaganda. Fino al climax, incredibile, spudorato, del rapper napoletano Geolier che fa la tirata contro la violenza armata a Napoli, lui che si faceva ritrarre con l’amico boss della camorra e subito ci informa che le vittime che dice lui “non hanno niente a che fare con la camorra”. Bravo, Geolier, bravo, ma non eri tu nei video che grondavano estetica camorristica, al punto che perfino i genitori di una vittima di camorra, il musicista Giogiò Cutolo, se ne schifavano? Ma poi Geolier veniva difeso da Saviano, la bocca della verità che può dire quello che vuole, e l’affare si chiudeva, come si dice, in Cassazione.
Comunque spettacolo penoso in tutti i sensi il concertone a pugno chiuso “venti ventisei”, roba da pagliacciata flotillera. Come fanno ad andare d’accordo la Small Mama che fa propaganda gender con la Serena Brancale che inneggia a Che Guevara, sterminatore di omosessuali? Ma via, son cose che non si chiedono, non si notano nel baraccone sindacal-canterino che sotto palco ha i capi fluidi, la Lella con lo Zan, ed entrambi sorridono indulgenti, accondiscendenti. A Taranto il meglio arriva dal solito Tomaso che, non essendo canterino, si prende o gli danno lo stesso la scena, e dategliela ‘sta candidatura col Pd se no non ce lo togliamo più, per dire che bisogna demolire il potere fascista, incarnato nella Meloni, quanto a dire che bisogna sfasciare la Meloni. La quale è talmente poco fascista da consentire, in modo assurdo, tutto questo lasciando l’amaro in bocca a chi la vorrebbe più risoluta (e finisce per gettarsi coglionescamente tra le braccia dei propagandisti putiniani alla Vannacci). Laddove in Inghilterra il democratico Starmer, che finirà male ma mai quanto merita, manda la polizia a casa a chi lo nomina e, se fuori confine, manda i bot su X che immediatamente ti blocca il profilo per una settimana (fatelo sapere al signor Musk, X non è più libero, è solo più ipocrita).
Certo che se uno deve vivere una vita da artista percepito per ritrovarsi ad assecondare le smanie massimaliste e carrieriste di un Landini, c’è da spararsi. Superati tutti a sinistra, quest’anno, dunque un po’ oscurati, e quindi molto incazzati, dall’esagerata di giornata, come certa Delia che, non sapendo come distinguersi, pensa bene di svaccare nella solita Bella Ciao ma, non bastandole, sostituisce “partigiano” con “essere umano”. Trovata stucchevole, da piddinismo che è la malattia senile ma infantile del comunismo, da professoressa accoltellata che ringrazia il carnefice: gliene vengono casini, peraltro graditi stante la regola di Oscar Wilde e di Chiara Ferragni, perché il comunista ortodosso certe divagazioni non le tollera, il marxista da Anpi se ne frega degli esseri umani, umano è solo il comunista, gli altri sono cimici da schiacciare come diceva Gramsci, non parliamo poi se giudei. Questa non irresistibile pancottona già oltre il cringe vive, percettibilmente, un frisson nella sua prima e speriamo ultima intervista, dall’Ansa, nella quale non sa cosa dire, si rifugia nel vicolo torto dei luoghi comuni ma non ce la fa, va un po’ in panico, non è abituata, è eccitata, si carezza le ciocche, si guarda intorno smarrita, dice che vuole allargare, insomma vaneggia di “resistenza contro l’oppressione [che] non appartiene solo al passato o all’Italia ma è lotta universale e drammaticamente attuale“. Uno sproloquio penoso, penoso, ma la missione è compiuta, brava Delia, forse manderanno anche te in un tugurio che farebbe schifo a Gaza con tessera dell’Arci.
E avremmo dovuto aprire con questa, e invece ci chiudiamo al termine della sfilata di tutti questi senza o con scarsissimo talento, perché, vedi un po’, la trovata del partigiano essere umano di questa insospettata che tutti vanno cercando su Google, scoprendo, guarda un po’, che è uscita dalla filiera dei procuratori di X Factor per sbarcare a Sanremo a supporto della Serena Brancale, quanto a dire il giro è sempre quello e sempre bello, ricalca le contemporanee rivendicazioni del presidente dell’Ucoii, le comunità islamiche d’Italia, Yassine Baradai, il quale, con arroganza da travet fantozziano che ha fatto carriera, pretende dal sistema industriale italiano lo statuto dei lavoratori islamici con indennità di ramadan e una serie di rivendicazioni surreali. Ed è chiaro che è l’ennesimo viatico per la penetrazione, la sostituzione. Sanno che possono farlo, stanno entrando nelle istituzioni, il Pd li candida a Venezia, la Lega, e ho detto la Lega, a Vigevano. Si avvera la profezia di Giovanni Sartori: “Prenderanno il potere con la democrazia delle elezioni e democraticamente lo toglieranno, dalla sharia non si torna”. In sincrono, arriva la ambiziosa, ma sconsiderata fanciullona Delia e farfuglia le cose che piacciono a Landini che si prepara a scalare il Pd con l’ausilio degli Ucoii. Un caso? Io non credo, ma fate vobis.
Max del Papa, 2 maggio 2026
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