Economia

Consiglio a Meloni: devi abolire il bollo auto

La premier faccia come Berlusconi con l'Ici: una misura chiara e liberale. Le risorse? Si trovano tagliando spese inutili

Giorgia Meloni Bollo auto
Aggiungi nicolaporro.it alle tue fonti preferite su Google CLICCA QUI
Ascolta l'articolo
0:00 / --:--

Esattamente venti anni fa, in realtà era inizio aprile, Silvio Berlusconi si presenta al decisivo faccia a faccia contro Romano Prodi, da Bruno Vespa. Ha un asso nella manica. I sondaggi lo davano sotto. Palazzo Chigi era lontano. E la spara: «Se gli italiani ci scelgono, aboliamo la tassa sulla casa». L’Ici, come allora si chiamava. Ci fu un immediato rimbalzo nei sondaggi, e alla fine le elezioni vennero perse davvero per un soffio: i famigerati 24mila voti di differenza. Il governo che nacque durò poco e si andò, dopo soli due anni, a elezioni anticipate. Come usava un tempo. Berlusconi continuava a rilanciare la sua promessa: «Approveremo l’abolizione dell’Ici al primo Consiglio dei ministri». Vinse e dopo 19 giorni cancellò l’imposta. In tempo per evitare che si pagasse financo la prima rata che era dovuta a giugno di ogni anno.

L’imposta sugli immobili se la era inventata Giuliano Amato, certamente ottimo giurista, ma disastroso economista, nel 1992. Doveva essere una tantum e la chiamò straordinaria. La replicò, ovviamente, anche l’anno dopo, rendendola permanente. Almeno fino a Berlusconi. Poi Monti la rimise in piedi, sempre con la stessa scusa di Amato: l’emergenza.

E qui vale la pena fare una prima notazione. Nessuno nega le emergenze: per carità. Ma perché nella mente soprattutto dei nostri tecnici, quando c’è modo di non avere scrupoli, si tende sempre ad agire sul lato delle entrate e mai su quello delle uscite? Mah. Dopo Monti anche la sinistra si accorse che quella imposta era la più odiata dagli italiani. E la rifece fuori. Eppure così non era stata giudicata per quindici anni. Il problema è che per il contribuente l’abitudine è un potente isolante. Anche quando quell’abitudine è terribile.

Cosa insegna questa storia di ieri, alla politica di oggi? Soprattutto a quella di centrodestra che governa? Molte cose che vale la pena ricordare. La prima è che toccare la casa è radioattivo per un governo liberale. Ha fatto bene la premier a prendere subito posizione contro le solite richieste di revisione del Catasto. Il problema dei registri pubblici non sono certo i valori delle case (questi possono essere anche bassi, ma se le aliquote sono alte si fanno danni), semmai la loro disomogeneità di Catasto per immobili che hanno medesimi valori di mercato. Il governo invece ha fatto malissimo ad alzare del 23 per cento (e cioè dal 21 al 26) la cedolare secca sui secondi immobili locati con formula breve. Non ha preso gettito (circa 17 milioni), ha ridotto il numero di affitti plurimi e, quel che conta, ha dato un segnale punitivo ai proprietari di casa. Fare una figuraccia per quattro spiccioli, si chiama ideologia: e non liberale.

Ma la seconda lezione che questo governo può trarre è in positivo. Berlusconi aveva compreso, inconsapevolmente o grazie alle lezioni di Antonio Martino, un insegnamento della scienza delle finanze italiana di fine Ottocento (Amilcare Puviani e Maffeo Pantaleoni, tra tutti). Quella che ispirò molti studiosi della scuola di Chicago. Cosa dicevano questi illustri studiosi? Semplice, e cioè che la tassa più facile da imporre, da parte del sovrano, deve essere alla fonte, piccola ma diffusa, e poco trasparente. Meglio se su oggetti che su persone. Ora prendete questo ragionamento e ribaltatelo. Dove ha ridotto le imposte questo governo? Conti alla mano si parla di più di 20 miliardi. Sostanzialmente in tasse sul lavoro: ha ridotto il cuneo fiscale, cosa che chiedono tutti, e ha ridotto scaglioni delle imposte sul reddito, alleviando il peso tributario soprattutto alle fasce più deboli. Benissimo. Anche se un pezzo di queste riduzioni fiscali sono state pagate dalla classe media, in termini di minori detrazioni. Lasciamo perdere per un attimo questo ragionamento. E andiamo al dunque.

Se un sovrano tassa, cioè ti fa male, nascondendo il modo in cui lo fa, o meglio occultandolo, vi sembra politicamente intelligente fare altrettanto quando invece di tassare intendete detassare? Non facendolo percepire? Quel paravento di Renzi si inventò gli 80 euro in forma di credito fiscale così che comparisse direttamente in busta paga e guarda caso a maggio del 2014: un mese prima delle Europee in cui ebbe il massimo dei consensi. Il governo Meloni ha speso un mucchio di soldi, e ha fatto bene, per rendere permanente un taglio al cuneo fiscale dello zerovirgola, che val molto più degli 80 euro di Renzi. Ottimo. Ma vallo a spiegare in una piazza o in un talk show televisivo. Dove lo vedete? Come lo percepite? Anzi lo date per scontato. Nessuna «evocazione del beneficio», come la chiamava Puviani.

Il che, per chi scrive, non ha solo un valore politico. Ma soprattutto economico. I contribuenti non hanno alcuna percezione di una riduzione fiscale e, in un contesto macroeconomico difficile, si chiedono retoricamente che cosa possa fare in più il governo per loro. Non solo non si innesca un fenomeno ricchezza, quello che porta a un incremento dei consumi, ma anzi si rivendica una maggiore espansione fiscale.

In realtà il governo ha una nuova Ici su cui lavorare. E si chiama bollo auto. Come per gli immobili ha una dimensione federale. E come per le case, riguarda praticamente tutti gli italiani. Esattamente come la patrimoniale sui nostri quartierini, anche quella sulle quattro ruote ha un valore medio di circa 200 euro per italiano. Anche se il gettito (fonte Aci) è doppio rispetto alla vecchia Ici: sette miliardi. La sua abolizione porterebbe alle stesse reazioni negative (di sinistra e tecnici europei) che dovrebbero confortare ogni liberale. E soprattutto la sua visibilità per i contribuenti sarebbe evidente: questo è il governo che ha abolito il bollo sulle auto.

Come per l’Ici si dovrebbe subito individuare un meccanismo di ristoro delle Regioni, che perderebbero il gettito totalmente a loro riservato. E si dovrebbe adottare il modello Cottarelli, per tacciare ogni critica sensata: individuare esattamente le spese, puntualmente, da cancellare per finanziare il bollo. Occorre fare delle scelte di politica fiscale finalmente liberale. Servono sette miliardi: tagliamo quel fondo e quell’altro. È vero che gli interessi di pochi (coloro che ricevono quei fondi) sembrano più rumorosi di quelli dei tanti (gli automobilisti), ma la politica non è forse decidere.

Rispetto all’abolizione della patrimoniale sulla casa, viene meno inoltre un argomento che allora fu molto dibattuto; la regressività. Gli italiani più poveri avevano esenzioni per la prima casa, e dunque erano poco interessati alla cancellazione dell’Ici. Sulle auto è esattamente il contrario. A parte quattro spicci recuperati dal superbollo, tutti pagano il bollo anche se hanno una Ritmo diesel o una vecchia e scassata Mercedes maggiorenne. Piuttosto, oggi, le uniche esentate dal bollo sono le auto elettriche: non esattamente strumento di mobilità della working class. Certo il bollo non lo pagano (e dunque non avrebbero alcun beneficio) le biciclettiste con secchiello di fiorellini di corso Venezia a Milano. Non avranno alcuna detassazione dalla manovra governativa, ma si potranno comunque ritenere soddisfatte dalla felice circostanza per la quale gli operai e gli impiegati italiani hanno pagato loro la corsia riservata a loro davanti al portone del palazzo.

C’è un’ulteriore questione che un liberale di governo potrebbe rivendicare. E cioè che l’auto è libertà. E che le sconsiderate politiche green europee l’hanno annientata. La cancellazione del bollo rappresenterebbe solo il 10 per cento dei quattrini che Giorgetti e Leo incassano ogni anno dagli automobilisti (per l’ultimo annuario Aci sono 71 miliardi, di cui 39 solo per imposte sui carburanti), ma sarebbe anche un segnale: l’auto è la nostra civiltà. Il governo non può detassare il gasolio, perché l’Europa non glielo permette; deve incentivare le auto aziendali green, perché ha firmato il Pnrr; ebbene, detassi tutti dalla tassa di possesso.

Una cosa infine bisogna cogliere dalla lezione del 2006 di Berlusconi: non si riduca all’ultimo. E, soprattutto, indichi subito cosa tagliare. Non si azzardi ad aumentare alcuna imposta. Ma tagli: su più di mille miliardi di spesa pubblica decida politicamente quale “cliente” vuole dispiacere. Non avrà che l’imbarazzo della scelta: ma, appunto, scelga.

Nicola Porro, 1° agosto 2026

Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).

Iscrivi al canale whatsapp di nicolaporro.it

SEDUTE SATIRICHE

Il muro delle contraddizioni - Vignetta del 31/07/2026 - Sedute Satiriche di Beppe Fantin

Il muro delle contraddizioni

Vignetta del 31/07/2026
L'inferno è pieno di buone intenzioni