“La Cina è inarrestabile”. Con questa parole Xi Jinping ha commentato l’enorme parata militare andata in scena oggi a Pechino, formalmente per celebrare gli 80 anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Sostanzialmente, invece, per dare un segnale forte agli Usa e ai suoi alleati (insomma, all’Occidente libero e democratico): “Noi ci siamo e siamo in perfetta salute”. Diciamolo, il mostruoso sfoggio di potenza militare di piazza Tienanmen orchestrato dal leader cinese (occasionalmente vestito come Mao) e avvenuto alla presenza di Vladimir Putin e di Kim Jong Un, dimostra un fatto ancora non evidente ai più: una parte del pianeta, quella dei totalitarismi, vuole diventare assoluta protagonista.
D’altronde, sin dalla loro nascita, i regimi non conoscono altro linguaggio che non sia l’ostentazione della forza. Con una Russia, una Cina o una Corea del Nord la primaria via di comunicazione è e rimarrà quella dei muscoli. La diplomazia in caso di pericolo o di potenziale conflitto si sostanzia solo quando le potenze in campo si temono a vicenda. Proprio per questa ragione, appare sempre più necessario lo sforzo che l’Europa e la Nato stanno compiendo grazie alla spinta di Donald Trump, incrementando i fondi destinati alla spesa militare.
È impossibile pensare di poter avere voce in capitolo nello scacchiere internazionale attuale e futuro senza avere un esercito che possa suscitare timore. A dirla così pare una logica quasi spartana, è vero. Ma come stiamo vedendo in Ucraina (chiaramente auspicando una risoluzione breve e nessun intervento Nato sul campo) e come forse vedremo su Taiwan nel prossimo futuro, Putin e soci non sembrano particolarmente inclini ad effettuare bonariamente concessioni in nome di un rispetto religioso della “diplomazia”.
Presa coscienza di questa dinamica abbastanza semplice, che richiama l’antico motto sempreverde del “si vis pacem para bellum”, risulta davvero inspiegabile constatare come ancora una parte della nostra politica (soprattutto quella che si professa più progressista e che dunque forse anche più di altri dovrebbe difendere i diritti occidentali) sia contraria all’incremento della spesa militare. Sarebbe bello mostrare a Giuseppe Conte, ad Angelo Bonelli o a Nicola Fratoianni il video della parata di Xi e chiedere qualche considerazione. Pensare se davvero ancora credono che possa essere sufficiente “farci i fatti nostri” e sperare che ad una Cina non vengano mai in mente delle mire espansionistiche.
La Storia ci insegna che i cambiamenti di fronte sono repentini, che potenze inizialmente professatesi pacifiche possono poi, a causa di squilibri socio-economici interni, diventare degli efferati predatori nello scacchiere internazionale. Quindi perché lasciare fare al caso e abbandonare la nostra leadership militare, strategica, tecnica? Sia chiaro, chi scrive non pensa minimamente che Russia o Cina abbiano ad oggi come obiettivo la conquista dell’Europa.
Ma affidarsi in eterno a questo principio e spogliarsi di qualsiasi difesa come tanti in Occidente suggeriscono, significherebbe rendere esponenzialmente più probabile lo scenario di cui sopra. Ecco perché è fondamentale investire nella difesa, non per avere mire di conquista. Semplicemente per essere partner validi, mai vassalli. E per essere avversali credibili e temibili, mai facile terra di conquista.
Alessandro Bonelli, 4 settembre 2025
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