La Corte dei Conti ha appena certificato una verità che per anni è stata coperta da slogan, spot televisivi e narrazioni tossiche: il Superbonus continua a pesare come un macigno sui conti dello Stato. E mentre qualcuno ancora racconta la favola del “moltiplicatore”, dei “posti di lavoro creati” e del “costo zero”, i numeri dicono una cosa molto più semplice: il conto lo stanno pagando i contribuenti. E soprattutto c’è un dettaglio che fa la differenza: non è solo il ministro Giorgetti a puntare il dito contro la folle misura voluta da Giuseppe Conte e dai giallorossi, ma la Corte dei Conti.
L’audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato è stata, per chi ha voglia di leggere oltre i tecnicismi, una vera pietra tombale su una delle operazioni più dissennate mai concepite in materia fiscale. La Corte spiega infatti che l’Italia nel 2025 non riuscirà a riportare il deficit sotto il 3 per cento del Pil, soglia simbolica e sostanziale prevista dalle regole europee. “Nel confronto con le stime del documento programmatico di finanza pubblica, aggiornate in occasione della NTI 26-28, il dato di consuntivo del 2025 evidenzia un peggioramento del livello di indebitamento, di circa 0,1 punti percentuali di Pil (per poco meno di 600 milioni)”, spiega la Corte: “Tale peggioramento, rispetto alla stima precedente, non consente di raggiungere il traguardo della discesa al di sotto del parametro europeo del 3 per cento del Prodotto, rinviando all’esercizio successivo il momento di uscita dalla procedura di disavanzo eccessivo”. Traduzione simultanea dal burocratese: non ce la facciamo. Ancora una volta. E non ce la facciamo perché la spesa pubblica continua a correre più delle entrate. Lo Stato incassa di più, ma spende ancora di più. Il classico schema italiano: quando arriva ossigeno, non si usa per ridurre il debito o abbassare le tasse, si usa per alimentare la spesa.
Ma la parte più interessante arriva dopo, quando la Corte individua con precisione una delle cause di questo scostamento: “L’accelerazione della spesa primaria è ricollegabile sostanzialmente alla componente in conto capitale (+11,6 miliardi) e riguarda, in primo luogo, i contributi agli investimenti, rivisti al rialzo di 6,1 miliardi per effetto della maggiore spesa legata ai bonus edilizi; va tuttavia segnalato anche l’andamento particolarmente positivo degli investimenti fissi lordi (3,5 miliardi), anche sotto la spinta dei programmi Pnrr, e delle altre spese in conto capitale (+2 miliardi)”. Eccolo lì, il convitato di pietra. Il Superbonus. O meglio, l’universo dei bonus edilizi costruito negli anni come se il bilancio pubblico fosse una carta di credito senza plafond. La verità è che questa misura è stata la sintesi perfetta del peggior statalismo italiano: si decide dall’alto chi deve spendere, in cosa deve spendere, come deve spendere, e poi si promette che paga Pantalone. Solo che Pantalone, alla fine, siamo noi. Il Superbonus non è stato capitalismo, non è stato libero mercato, non è stata crescita. È stata spesa pubblica mascherata da incentivo fiscale.
La Corte dei conti lo dice con toni istituzionali, ma il significato è devastante: “Sul superbonus le analisi che si sono sviluppate nelle ultime settimane sono molteplici. E’ indubbio che la misura, per come è nata, non ha permesso sin dall’inizio di avere un precisione dei dati, anche se sono stati introdotti correttivi nel corso degli anni”. Una frase che dovrebbe far arrossire chiunque abbia difeso quel modello. Non “ha avuto qualche eccesso”. Non “è stata perfettibile”. No. Non ha consentito fin dall’inizio di avere precisione dei dati. In sostanza: nessuno sapeva quanto sarebbe costata davvero. Si è legiferato al buio, con il bilancio dello Stato come cavia. Una follia che in qualunque azienda privata avrebbe prodotto licenziamenti immediati.
Per anni ci hanno raccontato che il Superbonus si autofinanziava grazie al gettito Iva, all’emersione del nero, all’aumento del Pil. La famosa teoria del “si ripaga da solo”. Era la versione edilizia dell’albero delle monete. Peccato che nel frattempo il costo complessivo sia lievitato a livelli enormi, ben oltre le stime iniziali, come ampiamente documentato. E mentre il debito saliva, il mercato dell’edilizia veniva drogato: prezzi dei materiali esplosi, manodopera introvabile, lavori gonfiati, truffe seriali, imprese nate e sparite nel giro di pochi mesi. Il danno non è stato soltanto contabile. È stato culturale. Perché ha rafforzato l’idea tossica che in Italia si possa crescere non producendo di più, ma ottenendo un bonus. Non innovando, ma intercettando sussidi. Non competendo, ma fatturando allo Stato. È la mentalità assistita elevata a modello economico. Certo, adesso la Corte prova a chiudere con una nota di speranza: “Si va sempre più riducendo l’importo che non è sotto controllo. Sembrerebbe che siamo verso una coda finale”. Bene. Meglio tardi che mai. Ma attenzione: la coda finale dei costi non cancella il danno già fatto.
E qui si apre il capitolo politico, perché da mesi M5s e Pd accusano il governo di non saper gestire i conti, di rallentare il Paese, di essere incapace perfino di uscire dalla procedura di infrazione. Il solito repertorio dell’opposizione: scaricare sul presente i guasti del passato. Ma la Corte dei Conti, con la freddezza dei numeri, certifica esattamente ciò che il ministro Giorgetti ripete da tempo: se oggi l’Italia fatica a rientrare nei parametri europei e a chiudere la stagione del disavanzo eccessivo, una delle ragioni decisive è il peso dei bonus edilizi. E chi quei bonus li ha voluti, difesi, ampliati e trasformati in bandiera politica? Giuseppe Conte e il Movimento 5 Stelle, con il Pd spesso in comoda scia. Insomma, chi oggi grida allo scandalo per i ritardi del governo dovrebbe prima spiegare il disastro che ha lasciato in eredità.
Non si tratta di una sortita di un esponente del governo, di una reazione del ministro Giorgetti o della stilettata di un leader di partito. La Corte dei Conti certifica che se non possiamo uscire dalla procedura di infrazione lo dobbiamo al Superbonus. E quindi M5s, Pd e compagnia cantante dovrebbero guardarsi allo specchio e provare a evitare ulteriori figuracce. Perchè i bonus edilizi hanno avuto e continuano ad avere effetti devastanti sul nostro Paese. E accusare il centrodestra delle problematiche attuali non solo è ridicolo, ma anche patetico.
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Perché ogni miliardo bruciato in un incentivo mal congegnato è un miliardo sottratto a impieghi migliori. Meno tasse sul lavoro. Meno investimenti strutturali. Più risorse per sanità e sicurezza. Più spazio per sostenere chi è davvero in difficoltà. Invece abbiamo scelto di finanziare cappotti termici pagati anche oltre il loro costo reale e ristrutturazioni con rendimento spesso privato e beneficio pubblico dubbio. Negli ultimi anni numerosi esperti hanno più volte evidenziato come il Superbonus sia diventato uno dei principali fattori di tensione sui conti pubblici italiani, costringendo poi i governi successivi a inseguire toppe normative, blocchi delle cessioni, correzioni continue e contenziosi. È il solito copione: la politica distribuisce consenso oggi, i tecnici raccolgono macerie domani. La lezione dovrebbe essere semplice, ma in Italia nulla è semplice: quando lo Stato promette pasti gratis, il conto arriva sempre. E di solito è molto più salato del previsto.
Franco Lodige, 28 aprile 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


