
Ciò che sta accadendo alla cosiddetta famiglia nel bosco, che sta subendo un accanimento giudiziario che ci richiama alla mente l’inquisizione medievale, chiama direttamente in causa la riforma della giustizia realizzata dall’attuale maggioranza, oggetto del referendum confermativo che si svolgerà il prossimo 22 marzo.
Ebbene, come dimostra l’inverosimile provvedimento adottato dal Tribunale dei minori dell’Aquila – provvedimento che allontana la madre dai tre disgraziatissimi bambini, deportandoli in una nuova “struttura protetta”– malgrado l’enorme dissenso che si sta creando nel Paese nei riguardi di chi sta usando la clava giudiziaria, dato che l’evidente sproporzione dei mezzi utilizzati è sotto gli occhi di tutti, i giudici competenti non fanno una piega, arrivando addirittura a mettere in discussione una consulenza da essi stessi richiesta. Consulenza, che per la cronaca doveva iniziare lo stesso giorno in cui il Tribunale ha inferto il colpo del Ko alla famiglia anglo-australiana.
Lo ha dichiarato alla stampa l’avvocata della coppia Trevallion-Birmingham, la quale così si è espressa: “La notizia della decisione del Tribunale per i minorenni dell’Aquila di trasferire i bambini della famiglia nel bosco, senza la madre, in un’altra struttura, arrivata proprio oggi è stato un ‘coup de théâtre’. Mi chiedo se il Tribunale fosse a conoscenza della consulenza di oggi o se abbia agito senza neanche sapere ciò che stava facendo, e questo mi preoccuperebbe ancora di più. Io so soltanto che è un’ordinanza irricevibile, macroscopicamente errata, nei presupposti logici e giuridici, che andrà assolutamente rivista e corretta”.
Si tratta, a mio modesto parere, di un episodio molto grave, che di fatto rende praticamente inutile la consulenza, finalizzata a verificare la capacità genitoriale della coppia, dal momento che dopo un simile uno-due nei confronti di due genitori già estremamente provati – allontanamento della madre e ennesimo spostamento dei tre figli in una struttura per loro del tutto sconosciuta – come si può ragionevolmente considerare attendibile la medesima consulenza? Eppure, questo è successo.
Ma non basta, c’è un passaggio della stessa ordinanza che da cittadino considero agghiacciante e che mi sembra tratto di sana pianta da un romanzo di ambientazione orwelliana: “L’umore materno – scrive il giudice – è andato col tempo peggiorando, verosimilmente poiché la signora mostra di avere per qualche ragione coltivato l’illusione di una permanenza in comunità molto breve e di un sollecito ripristino della convivenza di tutta la famiglia presso la propria abitazione”.
Ci rendiamo conto? La madre sarebbe colpevole di aver “per qualche ragione coltivato l’illusione di una permanenza in comunità breve”, immaginando di poter tornare alla sua normalità.
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Mi sembra evidente che l’intera ordinanza contenga un evidente pregiudizio nei confronti di questa povera donna, i cui comportamenti, che manifestano una angoscia e un’ansia crescente, appaiono del tutto giustificati, visto il costante irrigidimento con cui ella si deve confrontare, pur avendo aderito in toto alle richieste avanzate dal Tribunale.
Tutto questo, tornando al tema della riforma Nordio, segnala un certo senso di intoccabilità da parte di chi è professionalmente investito di un ruolo tanto delicato, ovvero quello di decidere se togliere o meno la libertà ai cittadini sottoposti al suo giudizio, tanto da permettersi il lusso di infliggere un colpo emotivamente quasi mortale, allontanando una mamma dai suoi tre amati figli, nel bel mezzo di una consulenza psico-diagnostica richiesta dallo stesso giudice.
Io credo, probabilmente sbagliando, che tutto ciò dovrebbe essere oggetto di una qualche forma di investigazione interna al sistema giudiziario, il cui organo interno di disciplina fa attualmente parte del Consiglio Superiore della Magistratura, quest’ultimo da sempre al centro di molte critiche a causa della storica presenza di un sistema correntizio che, secondo chi sostiene la riforma Nordio, inficerebbe anche l’efficacia dell’azione disciplinare.
Tutto questo, di conseguenza, porterebbe a pensare che i magistrati legati alle componenti più attive e numerose potrebbero inconsciamente strutturare quel citato senso di intoccabilità, se non di vera e propria onnipotenza, foriero di gravi errori giudiziari.
In questo senso, l’istituzione di un’Alta Corte Disciplinare, prevista nella citata riforma Nordio, che avrà giurisdizione su tutti i magistrati, ritengo che sia un elemento importante, tale da creare un effettivo e reale contrappeso, necessario nei confronti di chi esercita il potere giudiziario.
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Si tratta di un organismo composto da 15 membri: 3 nominati dal presidente della Repubblica, 3 estratti a sorte da un elenco di giuristi che il Parlamento in seduta comune compila con elezione, 6 estratti a sorte tra i magistrati giudicanti con 20 anni di attività e con esperienze in Cassazione, 3 sorteggiati tra i magistrati requirenti con 20 anni di attività e con esperienze in Cassazione. E mentre i togati sono in maggioranza, il presidente viene eletto tra i laici. Tutti durano in carica per 4 anni e non possono essere rieletti.
Credo che questo sia uno dei punti più qualificanti della riforma e che, per chi spera di non assistere in futuro ad un altro caso così lacerante qual è quello della famiglia nel bosco, potrebbe rappresentare un valido motivo per votare con convinzione SI tra un paio di settimane.
Claudio Romiti, 8 marzo 2026
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