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Coronavirus, se avesse infettato anche Xi Jinping?

Lascio agli scienziati, verso i quali la fiducia è totale, seguire l’evoluzione del coronavirus e ai perdigiorno nostrani la promozione dei ristoranti cinesi, e mi chiedo: “Che sarà del compagno Xi Jinping?” Lo confesso, come studioso di management, mi affascina uno che è riuscito ad arrivare ad essere CEO della Cina, con una “conferma” costituzionale fino al 2047. Riuscirà a sopravvivere al coronavirus? Certo che sì, almeno nel breve, il capro espiatorio (finale) è già pronto per il sacrificio, Li Keqiang, il Premier.

La colpa di Xi non è certo l’esplosione del virus, ma essere il capo di un Partito-Stato che ha nascosto la notizia per circa un mese ai suoi cittadini. Ricordiamo il caso del dottor Li Wenliang che il 30 dicembre allerta via mail i suoi colleghi medici (“proteggete le vostre famiglie: è coronavirus”) ma subito la polizia lo arresta (è tra la vita e la morte, e il Regime, pentito, tenta ora di trasformarlo in un’icona). Un Regime imbarazzante.

Un passo indietro. Che tipo di leadership ha Xi Jinping, da oltre otto anni capo assoluto della Cina? Sapendo poco o nulla di lui in termini di profilo manageriale, mi rifugio nello schema del professor Manfred Keats de Vries, massimo esperto di leadership e delle sue nove varianti. Nel fare management ho sempre avuto questo riferimento: “Il narcisismo è il motore che guida le persone. Il narcisismo e la leadership sono intimamente connessi”. Presumo che la sua leadership sia di questa natura: narcisista, versione reattiva o auto illusoria o costruttiva, poco importa.

Xi Jinping ha consolidato il potere nel palazzo. Come? Alla Stalin, eliminando tutti gli avversari, con purghe mascherate da guerra alla corruzione. Alla fine è rimasto solo, con la sua corte di 2.800 gerarchi proni. Ma in questi otto anni gli insuccessi che gli analisti indipendenti gli imputano sono stati molti. Alcuni:

  1. Nella partita con i giovani di Hong Kong, essendosela giocata tutta sulla “minaccia Tienanmen”, ha sostanzialmente fallito. Sono vivi e vegeti, e oggi forse intoccabili.

 

  1. Il messaggio nazi “gli Uiguri come gli ebrei” è passato, appena sono stati scoperti i “suoi” lager-gulag nella provincia dello Xinjiang;

 

  1. La travolgente vittoria alle urne di Taiwan di TsaiIng-Wen, suo fermo oppositore, è stata per lui un duro colpo. Con Donald Trump alla Casa Bianca e questo nuovo governo (eletto dal popolo, non dimentichiamolo) un’annessione forzosa di Taiwan non è più praticabile;

 

  1. La guerra dei dazi sostanzialmente l’ha persa. Con le precedenti languide presidenze americane Xi Jinping vinceva facile (arrivavano alle trattative già con le braghe di gabardine calate), con questa non è andata così.

 

  1. Così come la gestione del coronavirus. Doveva semplicemente dire la verità, dare mano libera agli scienziati cinesi e internazionali e fare, subito, tutto quello che ha poi fatto (bene) un mese dopo. Politicamente uno sprovveduto.

Come si deve giudicare un CEO? Le battaglie perse dette sopra contano, eccome, ma poi c’è un parametro: il B.E.P. (break even point, punto di pareggio). Niente di scientifico, è una mia banale modalità di gestione manageriale: “Le aziende di successo, di fronte a una crisi devastante, se hanno il B.E.P. corretto, pareggiano, con un mercato esuberante fanno profitti mostruosi. Viceversa quelle con un B.E.P. sballato falliscono al primo accenno di crisi”.

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