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Cosa c’è (davvero) dietro la pulciosa lite Piqué-Shakira

Il calciatore e la cantante si separano facendo partire la loro operazione di marketing

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La stupida, pulciosa, orribile querelle Shakira – Piqué – Ferrari – Twingo – Rolex – Casio sembra una stronzéta monumentale, ma non lasciatevi ingannare: non lo è affatto, è una “rraffinatissima” (come la mente di Matteo Messina Denaro, già assurto al culto) operazione di marketing che sancisce il valico delle colonne d’Ercole della comunicazione pubblicitaria: un’altra battaglia è persa, persa irreversibilmente. Bisogna spiegarlo, anche se non servirà a niente, partendo dal presupposto. Il processo di banalizzazione mitopoietica dall’informazione c’è sempre stato, mai però così accelerato e così violento: all’inizio del secolo scorso si narrava dei reali “che si fanno la barba da soli”, o di Agnelli che aveva “un servo col precipuo compito di fargli gli impacchi quando ha mal di testa”, ma il tutto ad uso di un pubblico sporadicamente e sommariamente alfabetizzato, comunque ancora vergine di emozioni.

Oggi l’informazione è più che mai merce avariata, vasellina commerciale che scorre sotto le dita e davanti agli occhi in un flusso incessante; al fine di un consumo più immediato, i codici si fanno via via più elementari, più infantili. Chi vuol sottrarsi, proponendo analisi, unendo i puntini come piaceva a Pasolini, sbatte contro il muro del personalismo narrativo, coi cosiddetti lettori che rispondono: rosicone, rompipalle, kittipaga. A completare l’opera, quei magnaccia che si usa definire cacciatori di bufale e invece sono i primi ad alimentarle. Vietato parlare in modo analitico dei grandi fatti del mondo (a meno di non farci su un libro che relativamente pochi leggeranno), tocca affrontarli nelle loro implosioni personalistiche, fumettare: non l’invasione ucraina con annessi scenari apocalittici, finisca come finisca, ma il megalomane Zelenzky a Sanremo.

Non la presunta crisi climatica che brucia sei trilioni l’anno e 800 milioni di posti di lavoro da qui al 2050, ma Greta che, debitamente allertati i media, si fa rimuovere da una centrale a carbone per fare la martire. Non le assurde logiche del programma canzonettaro in Rai, ma Madame coi suoi vaccini farlocchi. Non la mafia nella sua sfuggente complessità criminale, ma il boss con la mitraglia sul cofano della macchina “mente “rraffinatissima” da non arrestare, povero diavolo, al grido: siamo garantisti.

Esaurito il pippone, torniamo alle pippe. Non è pensabile che una Shakira, la quale programma un disco come lo sbarco a Iwo Gima (il suo esercito di manager, consulenti, analisti commerciali, esperti di geostrategie, di immagine, di social media, di filosofia applicata al business, parla di “conquista di nuovi mercati”), abbia buttato là i riferimenti ai grandi marchi per una ripicca culona verso il marito calciatore fedifrago; è evidente che tutto converge verso, e la confeziona, una operazione davvero “rraffinatissima”, un business in cui ogni dettaglio conta e pesa il giusto. Difatti siamo tutti qui ad occuparcene. Difatti ciascuno di quei brand ha immediatamente sviluppato un rialzo clamoroso dalle Borse ai commerci al dettaglio, per non parlare della ricaduta mediatico-pubblicitaria. Roba che i nostri Ferragnez, ancora fermi all’immaginario provinciale sanremese, rischiano di farla loro la rivoluzione green: a forza di travasar bile.

Difatti la stessa TikTok ci si è fiondata invadendo i suoi applicati con un turbine di contenuti a tema, non ultimo il filtro “che ti dice se sei un Rolex o un Casio” (quando uno dice: ma allora è tutto finito). Dovrebbero prendere Totti e Ilary come testimonial, a proposito di vipperia di rappresentanza: sono stati loro, a cominciare. Ecco, torniamo proprio ai Ferragnez – ci saranno entrambi – al Festival. Che ci fa lì una che “non sa né cantare né ballare”? “Perché lei è la numero uno” dice Amadeus, il profeta dell’eloquio sottovuoto spinto. Ma la facesse finita: la va che, essendo la nostra cosiddetta “imprenditrice digitale” un collettore di marchi, viene ingaggiata quale Ong di sponsor festivalieri e la trattativa matura grazie agli sherpa, l’intreccio di impresari che agiscono da trait d’union fra servizio pubblico, servizietti privati, politica, business, advertisement.

È un giro già abbastanza grosso: con Shakira basta moltiplicarlo per dieci o centomila. Ma la logica resta la stessa. Ovviamente, dato il precedente si crea la tendenza e la si sfrutta sino a prosciugarla. Dopo Shakira, in effetti contemporaneamente, ecco sculettare Miley Cirus, che nome fa un po’ ridere, con un’altra filastrocca che dice le stesse fregnacce: mi hai tradito, mi hai lasciato, ti ho lasciato, sto bene da sola (chi s’accontenta gode). “La tendenza del 2023”, strepitava ieri un telegiornale della Rai. In Italia, eterna provincia dell’impero, ci si arriverà col debito ritardo, ma anche no: proprio i succitati Tottary hanno anticipato i tempi, poi prova a dire che, quando il gioco si fa duro, non siamo all’avanguardia.

Le ragazzine su TikTok prendono nota e mandano i vocali ai fidanzatini: sei una testa di Casio, ho deciso di mollarti. Ex abrupto, senza neanche il previssuto da cantante e sportivo, basta fingersi come loro, basta il pensiero, quello che conta è l’emulazione: prepariamoci a un’orgia di strappi, rotture, anche de cojoni, nella speranza che non ci scappino le solite tragedie. Quando il mercato diventerà saturo di letti separati, sarà il tempo giusto per l’inversione di tendenza, questione di sei mesi, un anno al massimo: tutte le Shakira e i Piqué di questo mondo faranno pace, uniranno gli orologi, compreranno una lussuosa Twingo carrozzata Ferrari e faranno uscire nuovi dischi sull’amor che omnia vincit.

Wanna Marchi era più onesta, contrabbandava sassi, pezzi di sale e alghe di merda, questi vendono cuori infranti, anime dilaniate e sentimenti all’ingrosso. E neanche per qualche migliaio di casalinghe di ringhiera, la loro platea è il pianeta, popolato di gonzi. Non cascateci ragazzi, questi un cuore non ce l’hanno, al suo posto batte un pos. E le pulsazioni gliele regalate voi.

Max Del Papa, 19 gennaio 2023