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Cosa ci insegna “Delitto e Castigo” di Dostoevskij

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Si può essere trascinati negli oscuri meandri di sé stessi e ritornare a galla, salvandosi su una riva inaspettata, sempre. Ce lo spiega Dostoevskij.

Delitto e Castigo” ci coinvolge in una realtà senza filtri in cui il sangue pulsa tra fango e cielo, in cui perdizione e redenzione si sfiorano in ogni vicolo di Pietroburgo. Raskol’nikov, il protagonista, cammina tra i suoi pensieri, le sue sensazioni e quelle vie popolate da anime inquiete. Avrebbe tutte le doti per realizzare una brillante carriera all’università e nella vita, ma non ha denaro e non può proseguire come vorrebbe; mentre lei, quella vecchia usuraia, ne ha molto, troppo, fa strozzinaggio e tiene in pugno tante persone come lui.

Quando ancora frequenta l’università, Raskol’nikov pubblica un articolo che desta l’attenzione di molti intellettuali, in esso si evince la forza logica dei suoi pensieri e viene descritta puntualmente la sua teoria per il raggiungimento di una felicità universale: esistono uomini superiori ad altri, straordinari per sentire, per mente, per intraprendenza, ai quali è permesso forzare norme e convenzioni in vista di un obiettivo più grande, Napoleone per esempio. È un grandissimo e il suo nome non perirà, ma per realizzare il suo disegno ha dovuto compiere anche dei misfatti; Raskol’nikov si ritiene appartenente alla stessa categoria, pertanto ha tutto il diritto di essere protagonista della storia, anche a scapito di quella vecchia, inutile pidocchio della società.

Io, quella vecchia maledetta, l’ammazzerei e la svaligerei, e senza nessuno scrupolo di coscienza, te l’assicuro […]. Se l’ammazzassimo e ci prendessimo i suoi soldi, per dedicarci poi con questi mezzi al servizio di tutta l’umanità e della causa comune, non credi che un solo piccolo delitto sarebbe cancellato da migliaia di opere buone? Per una vita, migliaia di vite salvate dallo sfacelo e dalla depravazione. Una morte sola, e cento vite in cambio: ma questa è aritmetica! E poi, che cosa conta sulla bilancia generale la vita di quella vecchiaccia tisica, stupida e cattiva? Non più della vita di un pidocchio, di uno scarafaggio; anzi, vale meno, perché quella vecchia è dannosa. Distrugge la vita altrui […]”.

Da qui in poi sulla partitura dell’esistenza si snodano situazioni e pensieri di uomini e di donne definiti dalle loro scelte che, per quanto turpi, aspirano a una redenzione. Le vite hanno pari dignità? 

Rodja non lo pensa e da qui le sue azioni si susseguono in modo quasi istintivo e meccanico per portarlo là dove un’idea prenderà la forma di un efferato omicidio. Prima e dopo il delitto viene obnubilato da uno stato psicofisico in cui l’onirico e la realtà si mescolano come se il suo spirito si ribellasse alla mente e non gli permettesse di vivere in equilibrio. Massacra a colpi d’accetta l’usuraia e la sua povera sorella, lì per caso, ma la carne non regge il dolore dell’animo e Raskol’nikov si ammala.

In tutto il romanzo materia e non materia danzano, a volte insieme a volte in direzioni opposte come nel caso di Sonja, costretta alla prostituzione dalla povertà e dall’inettitudine del padre, Marmeladov, ubriacone impenitente, che dissipa i guadagni della vergogna nelle bettole, lasciando la moglie e gli altri figli più piccoli a vivere di stenti. Eppure ci muove a compassione, perché ha coscienza del suo peccato e prova schifo per sé stesso. 

L’incontro con Sonja è per Raskolnikov determinante: “[…] solo il corpo in lei si era dato alla prostituzione, la depravazione non era entrata in quell’anima. Raskol’nikov lo vedeva; egli leggeva nel cuore della giovane come in un libro aperto”. In un mondo senza eufemismi si muovono i personaggi di Dostoevskij, combattono con sé stessi, con il loro universo e quando si incontrano fra loro fanno nascere stelle di speranza o buchi neri di disperazione.

Raskol’nikov è in uno stato di conflitto costante, i suoi demoni lo sfiancano, ma non si pente, la sua teoria prova ancora a vincere: “La vecchia non vuol dire nulla”, pensava. “Ammettiamo che la vecchia sia stata un errore, ma non si tratta di lei! Quello della vecchia è soltanto un incidente… volevo saltare l’ostacolo al più presto… Non ho ucciso un essere umano, ma un principio! Ho ucciso, sì, il principio, ma non ho saputo oltrepassarlo, sono rimasto al di qua… non ho saputo fare altro che uccidere!  […] No, si vive una volta sola, non voglio aspettare la felicità universale”.

Il raziocinio, la logica, i passaggi arguti ed estremamente chiari che Raskol’nikov espone nella sua mente fanno sì che nel leggerli ci troviamo prigionieri dei suoi inferi e quando troviamo corrispondenza in quei sillogismi, ci guardiamo spaventati e distogliamo lo sguardo da noi stessi. Se davvero uccidi un principio e non un essere umano, dov’è la gloria luminosa tanto agognata? La superbia non libera, ma rende schiavi; ha creduto che tutto potesse essere svolto e gestito dalla sua brillante intelligenza, dalla sua mente che ora diventa una trappola senza vie di fuga, asfittica. A leggere, ci manca il respiro come manca a lui e, tuttavia, anche quando si trova ormai in Siberia ai lavori forzati, non si pente e tutto gli è odioso.

In questa condizione di cancrena, un respiro costante gli è accanto, una finestra su un altro mondo: Sonja. Ella ha una fede talmente certa che da una parte Raskol’nikov ride di lei dall’altra intuisce che senza di lei è perduto per sempre. Non lo forza in nulla, lo ama e basta, finché questo abbraccio irrora il cuore avvizzito di lui.  “Improvvisamente una forza invisibile lo gettò ai piedi della giovane. Piangeva e le abbracciava le ginocchia. Sulle prime, Sonja ebbe paura e impallidì; balzò in piedi e, tutta tremante, guardò Raskol’nikov. Ma quello sguardo le bastò per comprendere tutto. Una felicità infinita le si lesse negli occhi raggianti. Egli l’amava, l’amava di un amore sconfinato. Quel momento era finalmente arrivato!”

Ecco la sponda inaspettata in cui la vita subentra al raziocinio e nella coscienza nasce qualcosa di completamente diverso. 

Fiorenza Cirillo, 30 maggio 2022