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Cosa ci insegna l’ultimo film di Almodovar

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Anche chi non ama il cinema di Pedro Almodovar ha buone chance di apprezzare la sua ultima fatica, Dolor y Gloria, film che ha l’equilibrio e la maturità di un bilancio, di un tirare le somme prima inquieto e poi via via più sereno.

La storia è quella di un regista (inevitabile pensare che il protagonista sia l’alter ego dello stesso Almodovar) che, ormai non giovanissimo, fa i conti con una sequenza di malanni fisici e morali, e al tempo stesso ripercorre le tappe della sua esistenza: bimbo, adolescente, giovane, passando per qualche amore che si riproporrà, per il rapporto con la madre, e per una cerchia di amicizie più strette.

Per lunghi tratti, è la fragilità a prevalere, un senso di impotenza, una crisi espressiva che sembra definitiva e insuperabile, paralizzante, malamente contrastata – anzi, inevitabilmente aggravata – dalla droga e dalle dipendenze. Poi, lentamente, la svolta: i ricordi non più vissuti come fuoco amico ma come consapevolezza del proprio percorso, un’accettazione matura di quel che si è, il rifiuto di ripetere esperienze che oggi sarebbero una ripetizione non all’altezza (significativa la scena in cui il protagonista rifiuta di passare la notte con un antico amante), e infine il ritorno dell’ispirazione.

La memoria non è più un nemico, ma il carburante per esprimersi di nuovo, avendo capito meglio se stessi e il senso delle cose. Avendo conquistato – è forse l’unico dono che l’età adulta ci faccia, sembra ammonire Almodovar – una giusta distanza da ciò che ci ha segnato in passato: né troppo lontani (e quindi insensibili) né troppo vicini (e quindi bruciati dal calore degli eventi).

È evidente che siamo lontanissimi dalle cifre stilistiche per un verso di Fellini e per altro verso di Bergman, eppure in questo film c’è qualcosa di Otto e mezzo e del Posto delle fragole, ovviamente rifiltrati dalla cultura e dalla specifica sensibilità di Almodovar: un lungo viaggio di elaborazione, verso il traguardo dell’accettazione, di una maggiore e più accettabile comprensione di sé.

Da segnalare l’interpretazione – davvero sorprendente – di Antonio Banderas: misuratissimo, intenso, convincente. Non ha bisogno di strafare: riesce con lo sguardo, con piccoli gesti, con una recitazione controllatissima, a trasmetterci il prezioso messaggio del regista.

Daniele Capezzone, 20 maggio 2019