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Cosa pensava davvero Gesù

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Agostino Molteni, missionario in Sud America dal 1988 e docente di Teologia all’Università Cattolica di Concepción, ha sempre vissuto con immediatezza e senza riserve gli avvenimenti della sua esistenza che lo hanno portato a degli incontri imprevisti, a delle amicizie fraterne. La sua intelligenza libera si è sempre lasciata sollecitare dalle circostanze e ha dato luogo a un pensiero vibrante, mai preconfezionato. È forse per questo motivo che ne Il pensiero di Cristo, il suo ultimo saggio, la logica nitida e profonda della sua prosa si fonde perfettamente con quella di un cristiano non convenzionale come Charles Péguy.

Per l’autore francese c’è una faccenda scomoda, scandalosa che i cristiani tendono a esiliare in una torre d’avorio, tanto splendente quanto lontana dall’accadere della vita: l’affaire Gesù. I “cristiani moderni”, così li definisce Péguy, preferiscono infatti un Dio impotente nella sua evidente superiorità divina, senza moto (cioè senza senso), senza nessuna possibilità di essere imputato-giudicato dagli uomini. Lo considerano inidoneo a essere umano. Di conseguenza avviliscono l’avvenimento di Gesù perché gli tolgono il suo pensiero, quindi il suo divenire. Gesù è, pertanto, qualcuno che c’è da sempre, ma che non accade mai.

Eppure, con la lente di Péguy, la storia ci racconta qualcosa con cui dobbiamo fare i conti, trentatré anni in cui Dio non ha voluto essere “solamente Dio”, ma ha avuto il desiderio di farsi uomo, di essere un’anima carnale e non un angelo. Ha scelto un popolo, quello ebreo, e un tempo preciso in cui il pensiero di Gesù uomo si poteva costituire in un certo modo, giorno per giorno, incontro dopo incontro, in un continuo accadere. Per Péguy infatti “un’anima già fatta è un’anima morta, mummificata, non è libera, è piena d’abitudine, poiché non possiede un atomo di materia spirituale per farsi, cioè per accadere”.

Il Gesù di Péguy, dunque, deve essere riconosciuto innanzitutto come un uomo con il suo pensiero, il suo agire e come figlio di Dio. Dio, che non ha voluto essere solamente Dio, si era arricchito del tempo grazie al battito di un bimbo tra le braccia di Giuseppe e Maria, un bimbo che fin da subito ha goduto della bellezza del suo essere uomo. La scelta di Dio implica un amore infinito per gli uomini, a cui ha mandato il figlio Gesù che, a sua volta, ama il Padre e gli obbedisce attraverso le circostanze, portando a termine un lavoro ben fatto; quello dell’incarnazione, della morte e della resurrezione.

Nel suo cammino Gesù tesse una familiarità quotidiana con degli amici, che diventano fratelli, e con Dio, suo Padre. Ed è nella preghiera del Padre Nostro che troviamo tutto quello che serve per stare al mondo: un padre che ama i suoi figli, il pane quotidiano, il lavoro ben fatto di ogni uomo, e un regno sulla Terra che ha già in sé la bellezza di quello celeste. Questo è ciò che importa davvero e che può interessare ogni uomo.

Péguy nel 1902 aveva scritto: “Non attraverso l’orrore per le bassezze, ma per mezzo della sorpresa di ciò che è bello che noi dobbiamo insegnare il bello”. Questo pensiero, tuttavia, così umano e così lietamente corrispondente di Gesù era uno scandalo, i sacerdoti gliel’avrebbero fatta pagare, perché non era come volevano che fosse. Gesù morirà in croce, soffrendo come un uomo e avendo paura della morte. “Ora, sulla croce era tutto il suo corpo che soffriva: la lancia romana, il martello e chiodi, le ferite dei chiodi conficcati nelle mani e nei piedi, la gola che gli ardeva che gli bruciava il suo costato che gli ardeva il suo cuore consumato d’amore”. Gesù era nel mezzo, tra il tempo e l’eternità e la sua morte umana, più che umana era la sua, quella di un uomo Dio.

Con la resurrezione, aveva vinto la morte, aveva trionfato sulla morte non per un meccanismo divino, né per la sua onnipotenza, bensì perché aveva pensato, dopo i 33 anni di incarnazione terrena, che solo in quanto uomo e non semplicemente come Dio poteva essere pienamente soddisfatto. Così facendo, Gesù portava definitivamente in cielo un certo gusto di uomo, un certo gusto della Terra.

La salvezza di Gesù era un avvenimento interiore che non modificava gli aspetti esterni, che non cambiava niente in apparenza, era una operazione molecolare, istologica, un avvenimento molecolare, quella di Gesù era una redenzione che non eliminava la libertà dell’uomo, bensì la generava, la evocava affinché lavorasse con lui. Gesù chiedeva solo l’abbandono e il rilassarsi del cuore dell’uomo, di aprire il cuore al suo cuore insondabile e astenersi dall’avere un cuore di pietra e in questo stava la libertà dell’uomo, nel lasciarsi amare. “Dice Dio: essere amato liberamente, niente ha un valore più grande e un prezzo così grande. È senza dubbio la mia più grande invenzione. Quando si è provato il gusto di essere amato liberamente, tutto il resto è sottomissione. (…) Cosa non si farebbe per essere amati da uomini così”.

Gesù era ed è un affare scandaloso, perché ha vissuto come uomo per salvare l’uomo dal male universale, ma soprattutto perché è imitabile nel suo pensiero, nel suo starci nelle circostanze, nel suo portare a termine un lavoro ben fatto, un compito. Come Giovanna D’Arco, che non aveva chiesto a Dio aiuti straordinari per compiere la sua missione terrena, e ha ottenuto il definitivo ritiro degli inglesi dalla Francia, come Don Antonio Villa che da Milano raggiunge il Friuli nel ’76 e costruisce una scuola per i terremotati e poi una casa per tutti. Con i mezzi umani nelle mani di Dio si fanno cose grandi.

Fiorenza Cirillo, 19 settembre 2022