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Così il virus ucciderà il calcio

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Pier Paolo Pasolini, perdutamente innamorato del calcio (specie di periferia), coniò una serie di importanti definizioni. Eccone alcune: “È uno sport, più un gioco” oppure “è un concetto” ovvero “è una rappresentazione sacra” oppure “è l’ultimo grande rito” o ancora “è un oppiaceo terapeutico”. Io ne preferisco un’altra, sempre sua: “È un sistema di segni, quindi un linguaggio”. Una lingua della quale i giocatori ne sono i “cifratori”, gli spettatori i “decifratori”.

Il calcio, pardon, il Toro, ha fatto parte della mia vita. La mamma ogni giovedì mi portava a vedere l’allenamento del Toro al Filadelfia, e qua un giorno di primavera del 1940, avvenne il fatto più importante della mia vita: Valentino Mazzola mi fece un autografo e mi diede un buffetto. Quella sera, mio papà, stanco e con l’odore di trucioli Fiat che si portava sempre appresso, quando lo vide si commosse, mia mamma pianse, lo feci anch’io senza capire come si potesse piangere per una gioia.

Visto che la Guerra mi aveva fatto perdere tre anni di scuola, mia mamma mi mandò a fare la quinta dai Fratelli delle Scuole Cristiane di via delle Rosine. Mi stupii sapendola anarchica e mangiapreti, mi spiegò che lo faceva per me, che i Fratelli erano degli educatori eccellenti, e che dovevo scegliere se essere cattolico come la nonna o laico come lei. Scelsi di essere cattolico come la nonna e laico e anarchico come lei. Mi sono sempre trovato bene.

Il mio maestro, oltre a farmi studiare in modo duro (lo studio deve essere così o non è), mi insegnò anche a pregare (divenni cattolico) e pure a giocare a calcio. Lui si rifiutava di fare l’arbitro, voleva che fossimo noi a riconoscere i falli e ad autogestirci. Ero tra i più scarsi, stante la statura da cestista, quindi mancante del mitico “culo basso” dei calciatori dell’epoca.

Però ricuperavo, a gioco fermo, quando si trattava di stabilire a chi imputare i falli. A fine anno non avevo segnato neppure un goal, mai feci una ripartenza, ma in questo segmento della partita (gioco interrotto) ebbi una leadership indiscussa per la mia riconosciuta onestà intellettuale sui falli. Capii che il calcio sarebbe stato più bello senza l’arbitro. E anche la vita. Da allora considerai gli arbitri inutili (come i premier) o perché scarsi, o perché intellettualmente disonesti o, dagli anni ’70, perché sofferenti di sudditanza psicologica verso il potere. Erano corrotti senza ricevere nulla in cambio, esattamente come il mondo servo di oggi. Avere collaboratori corrotti “a gratis” è stata una genialata del Ceo capitalism.

Dopo l’arrivo di Arrigo Sacchi e di Silvio Berlusconi il mio interesse per il calcio andò scemando, lo considerai via via un videogioco al limite del porno, cessò di essere l’oppiaceo terapeutico di Pasolini, perse la sua gioiosità, divenne un ridicolo tiki taka. A me rimase solo il fascino infinito della maglia granata e della storia del Toro, che riassunsi in uno slogan consolatorio “la sfiga come asset”. Perché il Toro per un laico è un’idea, per un cattolico una fede. Per me è stato entrambe le cose, e sono tanto orgoglioso di essere del Toro, gli sarò fedele fino alla fine. Comunque vada.

Mi chiedo: come il calcio uscirà dal Covid? Male. È un business pieno di fragilità strutturali, condizionato da calendari folli, un castello di carte che può implodere da un momento all’altro.