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Covid, il mistero dell’Ong legata al laboratorio di Wuhan

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Tempo fa abbiamo scritto del rapporto di “intermediazione” con la Cina che lega il National Institute of Allergy and Infectious Diseases (Niad) – guidato dal dottor Anthony Fauci – alla EcoHealth Alliance, una organizzazione non governativa il cui direttore è lo zoologo britannico, con base a New York, Peter Daszak. Divenuto improvvisamente noto dopo la pubblicazione delle sue mail col più potente dei virologi Usa, nel tentativo di screditare la teoria dell’origine in laboratorio del Covid-19. Per la sua condotta troppo disinvolta, Daszak a giugno è stato invitato da The Lancet a precisare le sue relazioni finanziarie riguardo alla pubblicazione di una lettera, firmata da 27 scienziati di fama, apparsa sulla prestigiosa rivista scientifica il 19 febbraio 2020. Il documento sosteneva come unica ipotesi l’origine naturale del virus, scagionando il governo cinese. Nonostante numerosi indizi portassero verso la pista di un incidente nato in un laboratorio di Wuhan. Ipotesi sostenuta dall’ex presidente Trump e subito bollata come complottista. E subito bannata, su input di un team sempre ascrivibile a Daszak, dalle piattaforme social Google, Twitter e Facebook.

In questi mesi, oltre alla corrispondenza elettronica Fauci-Daszak, sono emersi legami tra alcuni firmatari della lettera a Lancet e l’Istituto di Virologia di Wuhan. Dove la virologa cinese Shi Zhengli, soprannominata la “Bat Lady”, negli anni ha ricevuto cospicui finanziamenti, anche in dollari, per i suoi esperimenti estremi sulla manipolazione di virus provenienti da pipistrelli. La curiosità ci ha spinto a buttare un occhio sul sito della EcoHealth Alliance. La cui ultima parola, “Alliance”, ci riporta alla mente una sigla ben più nota: la Global Alliance for Vaccines and Immunizations, che tra i suoi fondatori annovera la Bill e& Melinda Gates Foundation, vari produttori di vaccini, istituti specializzati di ricerca, società civile e organizzazioni internazionali come Oms, Unicef e Banca Mondiale. Oltre a moltissime nazioni, tra cui l’Italia che si colloca al sesto posto in assoluto per contribuzione.

A differenza di Gavi, il cui core-business è assicurare la realizzazione di campagne di vaccinazione soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, la EcoHealth si autodefinisce, in modo piuttosto generico, “un’organizzazione senza scopo di lucro che lavora all’intersezione tra salute animale, ambientale e umana su scala globale”. E la cui attività consiste nell’implementare “programmi locali di conservazione e salute pubblica attraverso una varietà di partnership e collaborazioni” negli Stati Uniti e in più di 30 Paesi in tutto il mondo.

Tutti i partner della eco-health (tra cui il Pentagono)

Tra i partner ufficiali – “scienziati locali, università, organizzazioni non governative, ministeri e agenzie degli esteri” – spiccano i nomi di imprese e multinazionali di primo piano. Nella home-page svettano quello della casa farmaceutica Johnson & Johnson; lo studio legale Tarter, Krinsky & Drogin (che fornisce la sua assistenza “pro bono”); Reckitt Benckiser, una multinazionale britannica di beni di consumo che realizza prodotti per la salute, l’igiene e la casa; la Avocado Green Mattress, che progetta materassi sostenibili; la NatraCare (tamponi in cotone organico) e la Lo & Sons, azienda familiare che crea borse ecologiche di riciclo.

Ma è tra i partner accademici che bisogna guardare più attentamente. Sbalorditivo, per un’impresa non governativa ma molto agguerrita nelle campagne di crowdfunding, ottenere il supporto sia di potenti aziende commerciali che di soggetti istituzionali così rinomati. Tra le partnership accademiche figurano quella con la Cardiff (“università internazionale: dalle collaborazioni mondiali”), la Brown University (“il settimo college più antico degli Stati Uniti”), la E3B della Columbia University  (Dipartimento di Ecologia, Evoluzione e Biologia Ambientale), la East China Normal University (“una delle principali università cinesi sotto gli auspici diretti del Ministero della Pubblica Istruzione”), la John Hopkins Bloomberg School of Public Health, la Kind Saud University (“la principale università dell’Arabia Saudita”), la Princeton University, la UC Davis (Università della California), la Scuola di sanità pubblica dell’Università di Pittsburgh. Infine il capitolo dei partner governativi, il tassello forse più importante: il Cdc americano (il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie); il Nih (l’Istituto Nazionale della salute, collegato al Niad di Fauci); il Dipartimento della salute di New York (una delle maggiori agenzie di sanità pubblica al mondo), la Fao (l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura), il Dipartimento dei servizi veterinari della Malesia e tanti altri. Non figura nell’elenco il Pentagono, artefice di un controverso finanziamento da 39 milioni di dollari veicolati, dal 2013, alle ricerche di Daszak sui coronavirus. Fondi destinati, secondo la stampa Usa, in parte ad esperimenti per rendere i coronavirus più infettivi verso gli esseri umani, tramite l’arricchimento di funzioni. Ipotesi sempre negata dal presidente dell’associazione, che sostiene di operare unicamente per la prevenzione delle future minacce pandemiche, “prima ancora che si materializzino”.

Tra le ricerche dedicate ai coronavirus, in particolare su pipistrelli, quelle del biologo evoluzionista Kevin Olival e della ricercatrice Su Yadana, che si occupa di spillover dei patogeni virali. Le ricerche sono sparse nei laboratori di tutto il globo, in particolare asiatici. E sono almeno una trentina gli scienziati e i ricercatori coinvolti nel team medico della EcoHealth. Oltre a borsisti e stagisti che, seppur non remunerati, possono dare il loro apporto nei vari progetti.

“La minaccia del prossimo virus nasce prima che questo inizi”

Il tema della “prossima pandemia”, che ogni donatore può contribuire ad allontanare con un bonifico a partire da 25 dollari (in assegni, cash o donazioni pianificate) è un refrain continuo sul portale dell’organizzazione. Un monito che lo scorso 7 aprile è stato usato anche per un evento intitolato “Chiedi a uno scienziato: qual è la prossima pandemia?”. Ogni partecipante poteva inviare via mail una domanda a cui avrebbe risposto il Consiglio dei giovani professionisti della EcoHealth Alliance. Non sappiamo se le risposte siano state utili, ma interrogarsi sull’arrivo delle prossime pandemie – mentre ancora ne esiste una così diffusa in corso – ha già in sé un carattere inquietante. Possibile che gli enti istituzionali affidino a un’associazione privata, per quanto radicata e influente, non solo la mission della prevenzione (encomiabile) ma anche quella della predizione degli scenari futuri? Il privato si assicura ingenti risorse, grazie alla paura, ma resta un dubbio: su che basi scientifiche queste nuove emergenze vengono proclamate, prima ancora di esistere?

In uno dei tanti video sul sito, Daszak imputa il rischio di nuove pandemie emergenti a fenomeni quasi impossibili da debellare: la deforestazione, l’urbanizzazione, consumi insostenibili, miseria diffusa. Accenna poi al ruolo conferitogli quale responsabile nella Commissione d’inchiesta del Who sulle origini della pandemia, che ha stabilito come unica causa il contagio in un mercato di animali selvatici a Whuan. Un’indagine frettolosa, accusata di voler insabbiare la verità per proteggere Pechino. Tanto che il 21 giugno, complice lo scambio di opinioni tra Fauci e Daszak, quest’ultimo è stato ricusato dall’incarico, divenuto ormai imbarazzante.

Tutto il business della ong

Troppi i conflitti di interesse, troppi i soldi in ballo, troppo il potere di censura diffuso in mano a un singolo individuo. Daszak regge le fila di un organismo che ben si potrebbe definire para-governativo. Sia per la portata delle sue attività, che dei suoi finanziamenti e joint-venture. Tra cui spicca anche una serie tv di 26 episodi, prodotta da Mtv e rivolta a 9 milioni di giovani afroamericani, “per combattere la disinformazione sul virus e vincere l’esitazione verso i vaccini”. La EcoHealth si è dimostrata in grado di indirizzare non solo il dibattito scientifico globale, grazie alla sua rete di esperti sparsi nel mondo, ma anche di veicolare, attraverso le sue relazioni privilegiate con i media, una propaganda quasi subliminale.