Salute

Covid, l’ex capo dell’AIFA confessa: “I vaccini non bloccavano il contagio”

L'imbarazzante (e gravissima) conferma di Nicola Magrini: così hanno imposto gli obblighi agli italiani

vaccino covid green pass Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI
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C’è una domanda semplice semplice, di quelle che in un Paese normale dovrebbero campeggiare in prima pagina: se il vaccino Covid non bloccava il contagio, su quale base morale, politica e giuridica sono stati costruiti obblighi, ricatti lavorativi, green pass, sospensioni, esclusioni sociali e prediche di Stato? La domanda torna oggi perché, come riportato da La Verità, l’ex direttore generale dell’Aifa Nicola Magrini, ascoltato in Commissione d’inchiesta Covid, ha pronunciato parole pesantissime. Non un’opinione da bar. Non il post del complottista con la foto del tramonto. Non il video dello zio su WhatsApp. Parole dette in sede istituzionale. Eccole: “Il vaccino Covid protegge l’individuo che l’ha fatto. La trasmissione (del virus) non è bloccata. Di quanto si riduce? Di un po’. Bon, mi fermo qui”. Di un po’.

Avete letto bene: “Di un po’”. Non “blocca”. Non “impedisce”. Non “ferma la catena del contagio”. Non “se ti vaccini salvi la nonna, il vicino, il collega e pure il cane del pianerottolo”. No. “Di un po’”. E quando gli viene chiesto se quell’indicazione fosse stata data, la risposta riportata è ancora più formidabile: “No”. Perché? “Perché non è stata richiesta e perché era parziale”. Ecco il punto. Non stiamo discutendo, qui, se il vaccino proteggesse il singolo dal rischio di malattia grave. Quello è un altro tema. Qui parliamo della gigantesca architettura politica e comunicativa montata sul principio opposto: vaccinati non per te, ma per gli altri. Vaccinati perché altrimenti sei un untore. Vaccinati perché altrimenti sei fuori dalla società civile. Vaccinati perché altrimenti non lavori, non viaggi, non bevi il caffè, non entri, non esci, non campi.

Per mesi ci hanno venduto il vaccino come una specie di lasciapassare etico. Il green pass non era presentato come un documento sanitario: era il certificato di buona condotta. Da una parte i responsabili, dall’altra gli egoisti. Da una parte i cittadini modello, dall’altra i reprobi. Da una parte la scienza, dall’altra le caverne. Poi arriva Magrini e dice che la trasmissione “non è bloccata”. E aggiunge che si riduceva “di un po’”. Ma allora la domanda resta lì, enorme: con quale coraggio hanno trasformato quel “po’” in obbligo morale?

Perché ricordiamolo: la narrazione pubblica non fu prudente. Non fu dubitativa. Non fu: “i vaccini riducono alcuni rischi, ma la trasmissione resta possibile”. Magari. Sarebbe stata una comunicazione adulta. Invece ci dissero altro. Ci dissero “il vaccino ferma il contagio”. Ci dissero “il vaccino è un atto di altruismo”. Ci dissero “se non ti vaccini uccidi i vecchietti”. Ci dissero, con il ditino alzato e l’aria del tribunale sanitario permanente, che chi non obbediva metteva in pericolo la comunità. E su quella premessa sono arrivati gli obblighi.

Non una raccomandazione. Non un invito. Non una campagna informativa. Obblighi. Green pass. Super green pass. Sospensioni dal lavoro. Stipendi saltati. Infermieri e insegnanti lasciati a casa. Italiani trattati come cittadini a sovranità limitata. E guai a protestare: eri no vax, oscurantista, pericoloso, irresponsabile. Adesso, però, il castello scricchiola. Perché se il fondamento era “ti obbligo perché così proteggi gli altri”, ma l’autorità regolatoria sapeva che il contagio non era bloccato, allora non siamo davanti a una semplice svista comunicativa. Siamo davanti a un problema democratico. E il problema non si risolve con il solito “ma era emergenza”. Appunto: proprio perché era emergenza, serviva più verità, non meno. Proprio perché i cittadini erano spaventati, chi governava doveva essere più preciso, non più propagandistico. Proprio perché si stavano comprimendo libertà fondamentali, le parole dovevano essere chirurgiche. Invece furono slogan. “Vaccinarsi serve a fermare la circolazione del virus”. “Vaccinarsi serve a bloccare il contagio”. “Il vaccino blocca il contagio”. “Non ti vaccini, ti ammali, contagi, qualcuno muore”. Erano frasi che costruivano un clima. E quel clima ha prodotto conseguenze concrete: ostracismo sociale, perdita del lavoro, campagne d’odio, divisioni familiari, discriminazioni legalizzate. Ora, davanti alla frase “La trasmissione (del virus) non è bloccata”, nessuno può far finta di niente.

La seconda parte è persino peggiore. Alla domanda sul perché quell’informazione non fosse stata comunicata, la risposta sarebbe stata: “Perché non è stata richiesta e perché era parziale”. Ma come, non richiesta? In quei mesi si parlava solo di quello. Tutta la giustificazione pubblica degli obblighi ruotava attorno a quello. Era il cuore della questione: il vaccinato contagia o non contagia? Riduce la trasmissione? Di quanto? Per quanto tempo? Con quali varianti? Con quali evidenze?

Dire che nessuno lo aveva chiesto è una toppa peggiore del buco. E dire che l’informazione era “parziale” non la rende meno necessaria. Anzi. Proprio perché era parziale, andava comunicata come tale. La scienza non è il santino da esibire in conferenza stampa. È dubbio, misura, limite, trasparenza. Se non sai di quanto un vaccino riduca la trasmissione, non puoi raccontare agli italiani che chi non si vaccina è un assassino potenziale. Puoi dire: protegge te. Puoi dire: può ridurre alcuni rischi. Puoi dire: i dati sono in evoluzione. Non puoi dire: se non lo fai, sei un pericolo pubblico. Questa è la differenza fra informazione e propaganda. Fra sanità pubblica e pedagogia autoritaria. Fra convincere e costringere.

C’è poi il capitolo delle mail interne Aifa, rilanciato da La Verità nello stesso articolo, con il riferimento alle domande del senatore Lucio Malan e all’inchiesta di Fuori dal Coro. Alla richiesta di spiegazioni sulle comunicazioni interne, Magrini avrebbe tagliato corto: “Ho querelato la trasmissione”. Bene. Ma la querela non è una risposta politica. Non è una spiegazione scientifica. Non è una ricostruzione dei fatti. È una mossa giudiziaria. Legittima, certo. Ma qui il Paese non ha bisogno di sapere chi ha querelato chi. Ha bisogno di sapere se durante la campagna vaccinale furono date ai cittadini tutte le informazioni rilevanti. Perché la vera questione è questa: quanto sapevano? Quando lo sapevano? E perché non lo dissero chiaramente?

Non basta più il solito teatrino degli ex responsabili che arrivano in audizione e parlano come se fossero stati passanti casuali. Erano ai vertici. Decidevano. Firmavano. Comunicavano. Partecipavano alla costruzione di una linea pubblica che ha inciso sulla vita di milioni di persone. E ora non possono cavarsela con “Di un po’”. Quel “po’” è diventato il pretesto per un’enorme compressione dei diritti. Quel “po’” è diventato lasciapassare, obbligo, sospensione, umiliazione pubblica. Quel “po’” è stato gonfiato fino a diventare dogma. E chi lo contestava veniva espulso dal consesso dei presentabili.

La Commissione d’inchiesta, a questo punto, ha un dovere: non accontentarsi delle formule. Non fermarsi alle mezze ammissioni. Non permettere che la stagione Covid venga archiviata con il solito “abbiamo fatto il meglio possibile”. Perché forse qualcuno ha fatto il meglio possibile. Ma qualcun altro ha fatto propaganda. La verità, oggi, è semplice e scomoda: agli italiani fu detto che il vaccino bloccava il contagio. O quantomeno questo fu il messaggio politico-mediatico dominante. Ora l’ex direttore dell’Aifa dice che no, “la trasmissione (del virus) non è bloccata”. E se questa informazione era disponibile, anche solo “parziale”, doveva essere comunicata con chiarezza. Il resto è fuffa. Scientifica, istituzionale, televisiva. Ma sempre fuffa.

Franco Lodige, 7 maggio 2026

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