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Covid, lo studio choc: il lockdown ha fatto ammalare i giovani

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Quando Roberto Speranza, durante l’esplosione della pandemia, parlava di tutela della “salute collettiva”, chi apparteneva ad una sensibilità liberale si è sempre chiesto chi fosse il soggetto adito a stabilire la nozione di “salute pubblica”. Il discorso è semplice per una ragione di base: il lockdown può avere aiutato a diminuire l’aumento galoppante dei contagi, ma siamo sicuri che sia stata veramente una misura tutelante della salute di tutta la popolazione?

I danni delle chiusure

In questo biennio, per esempio, i morti per malattie oncologiche hanno superato quota 500 al giorno; la metà degli interventi chirurgici, da marzo 2020 ad oggi, sono stati cancellati; numerosi medici, su tutti il dottor. Giorgio Tamburlini, del Centro per la Salute del Bambino onlus, hanno evidenziato l’allarme psichico tra bambini ed adolescenti, causa restrizioni sanitarie. Insomma, è evidente l’impossibilità di conciliare una nozione comune di salute collettiva: in presenza di determinate categorie tutelate di malati, ecco che, inesorabilmente, altre ne devono subire le conseguenze. Ed il mondo giovanile è appartenuto a quest’ultima categoria.

Nel corso della terza giornata del XX Congresso Nazionale Card, l’appena citato Tamburini ha esposto il trend dei problemi di salute tra adolescenti, all’epoca del periodo pandemico. I dati sono sconfortanti: “I servizi di Npia riportano un aumento di richieste e di ricoveri nel range dal minimo del 30% ad un massimo del 100%, a scuole chiuse”. Mentre durante l’apertura degli istituti scolastici, ecco che il trend cominciava “magicamente” a migliorare.

Ansia e depressione

In particolare, su un campione di oltre 80mila utenti, sono i sintomi di depressione ed ansia che hanno conosciuto il maggiore incremento. Se rispettivamente rappresentavano l’8,5 per cento e l’11,6 per cento prima della pandemia, i dati hanno trovato un exploit dopo i lockdown, attestandosi al 24 ed al 19 per cento. Si parla di cifre quasi doppie e triple rispetto allo scenario di pochi mesi prima.

Inoltre, nell’ambito dei servizi territoriali di neuropsichiatria, Tamburlini ha evidenziato come “un utente su due non riesce ad accedere ai servizi; due su tre non ricevono gli interventi di cui avrebbero necessità”. Per di più, “accade che due su tre sono ricoverati in reparti non appropriati”, registrando “liste di attesa di mesi, spesso anni, per ricevere interventi terapeutici essenziali”. La pandemia e le conseguenti restrizioni hanno portato anche ad accentuare una “associazione tra stato di ansia materna pre e postnatale e disordini emotivi, con una probabilità di due volte maggiore se prenatale e di 1.5 volte se postnatale”.