Il centro per migranti di Gjader si riempie. Di nuovo. E non per caso. A poche settimane dal referendum sulla giustizia, il governo accelera sui trasferimenti in Albania. Una scelta politica, evidente. Ma altrettanto evidente è la reazione di una parte della magistratura che sembra voler trasformare ogni atto dell’esecutivo in un conflitto istituzionale permanente.
Come raccontato, negli ultimi quindici giorni sono arrivate a Gjader circa settanta persone dai Cpr italiani. Numeri che portano la struttura quasi alla capienza massima, ben lontana dalle venti presenze medie dei mesi scorsi. Eppure il Protocollo con Tirana è ancora sotto la lente della Corte di giustizia dell’Unione europea. E le Corti italiane continuano a disporre rientri. Insomma: terreno minato. Ma il punto politico non è questo. Il punto è la posizione di una parte della magistratura associata, che sembra aver scelto di guidare l’opposizione giudiziaria al governo.
A parlare è Silvia Albano, presidente di Magistratura Democratica e giudice della sezione immigrazione del Tribunale di Roma. Ed è qui che la questione si fa interessante. Perché Albano non si limita a ricordare le sentenze – cosa legittima – ma di fatto mette in discussione l’intera strategia dell’esecutivo. “Non mi risulta che i Cpr in Italia siano sovraffollati, non mi spiego questo accanimento che rischia di provocare uno scontro istituzionale con la magistratura alla quale toccherà garantire il rispetto della legge, compresa la normativa dell’Unione europea”, le sue parole al Fatto: “Ormai ci sono decine di pronunce in questo senso, forse converrebbe attendere prudentemente le decisioni della Corte di giustizia Ue”.
Tradotto: il governo dovrebbe fermarsi. Aspettare. Sospendere una linea politica votata dal Parlamento e rivendicata dall’esecutivo. In nome di un prudente attendismo giudiziario. Albano rincara la dose: “Anche la Corte di cassazione ha dubitato della legittimità delle modifiche della legge di ratifica del Protocollo e ha effettuato un rinvio, la Corte Costituzionale ha invitato il legislatore e disciplinare i modi del trattenimento (quindi anche dei trasferimenti) perché così com’è la normativa è illegittima, e c’è appena stata una sentenza che ha ritenuto illegittimo il trasferimento senza un provvedimento amministrativo motivato”. Qui non siamo più al controllo di legalità. Siamo alla moral suasion giudiziaria. Con un messaggio politico chiarissimo: l’operazione Albania va congelata.
Il problema, però, è un altro. Il trasferimento a Gjader non garantisce affatto il rimpatrio. Anzi: i pochi rimpatri effettuati sono avvenuti riportando prima i migranti in Italia, perché la legge non consente espulsioni dall’estero. Dunque sì, la misura è discutibile sul piano dell’efficacia. Ma è una scelta politica. E in uno Stato di diritto le scelte politiche si contestano nelle urne, non nelle aule giudiziarie con una strategia sistematica di stop and go.
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La sensazione è che attorno a Gjader si stia consumando l’ennesimo braccio di ferro tra politica e magistratura. Con una differenza: qui una parte della magistratura non si limita a giudicare i singoli atti, ma entra direttamente nel merito dell’opportunità politica. E quando un presidente di corrente come Albano suggerisce al governo di “attendere prudentemente”, il confine tra funzione giurisdizionale e indirizzo politico si fa sottile. Il governo insiste. La magistratura replica. La Corte europea deciderà. Nel frattempo, il centro di Gjader si riempie e il conflitto pure. E la domanda resta sospesa: chi governa davvero l’immigrazione in questo Paese?
Franco Lodige, 26 febbraio 2026
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