Tra conferme, smentite, notizie discordanti e dati solo parziali, in Iran prosegue incessante la conta degli abnormi danni causati dalla furia repressiva del regime.
Mentre le autorità di Teheran continuano a giocare al ribasso e dichiarano la presenza di appena 5000 morti accertati, tra cui 500 membri delle forze di sicurezza, secondo autorevoli fonti britanniche, il Sunday Times su tutte, il numero dei civili rimasti uccisi ammonterebbe ad almeno 16.500 unità, la maggior parte dei quali under 30, con ulteriori 330 mila iraniani feriti nel corso delle mobilitazioni di piazza contro il regime.
Per di più, accanto all’angosciante brutalità dei numeri, ciò che ancor di più inquieta é la fredda disumanità con cui la Repubblica islamica reprime il dissenso e colpisce gli oppositori.
A tal proposito, quel che documentano in queste ore dissidenti, voci libere e fonti di informazione iraniane non autorizzate riguardo modalità e mezzi utilizzati dal governo di Teheran per sedare le piazze, appare semplicemente barbaro e a dir poco sconcertante. Dai tetti delle private abitazioni, i cecchini al soldo della Repubblica islamica sparano con freddezza sui civili in strada, secondo il racconto di diversi testimoni oculari persino sui bambini, obiettivi cinicamente colpiti dal regime come monito per scoraggiare l’iniziativa di protesta dei manifestanti.
Alle uccisioni illegali di massa perpetrate vigliaccamente anche nei confronti di soggetti innocenti e indifesi, si somma poi l’abominevole azione punitiva compiuta nei confronti di decine di giovani donne, colpevoli, secondo il barbaro integralismo degli ayatollah, di alimentare un “deprecabile” desiderio di libertà ed emancipazione, inaccettabile per un regime che predica e pretende solo hijab e castità.
Ragion per cui, per i trasgressori di sesso femminile, il sistema di potere al vertice della Repubblica islamica sembrerebbe aver decretato punizioni esemplari ed altamente simboliche, che possono prevedere, oltre al “semplice” assassinio, anche spari mirati su volti femminili con proiettili di acciaio e gomma esplosi chirurgicamente per accecare o sfregiare le giovani dissenzienti ree di avere sfidato con cotanto coraggio l’infallibile dogmatismo del regime.
Se non bastasse la violenza, si aggiunga pure il vile ricatto consumato dai pasdaran ai danni delle famiglie già straziate dei giovani manifestanti uccisi. Secondo alcune testimonianze riportate da alcuni canali di informazione indipendenti capaci di resistere all’opprimente censura del governo di Teheran, con in testa il canale satellitare in lingua persiana Iran International, poi confermate anche da altri accreditati organi di informazione come la BBC, le famiglie dei caduti sarebbero infatti costrette a versare ingentissimi tributi al regime (le richieste sarebbero arrivate a sfiorare persino i 7 mila dollari cadauno) per ottenere le spoglie dei propri cari e celebrarne così il rito funebre.
Il pagamento di quanto sopra non sarebbe invece dovuto in quei specifici casi in cui i familiari delle vittime accettassero di sottostare ai solenni diktat delle autorità iraniane e dichiarare il defunto come membro delle forze filogovernative, rimasto ucciso per mano dei rivoltosi.
La violenza e il ricatto possono inoltre, in taluni casi, anche lasciare spazio ad altissime forme di codardia. Può accadere così che gli impavidi e valorosi Guardiani della rivoluzione, dinanzi all’approssimarsi dell’eventualità di un possibile intervento statunitense nella regione, decidano di progettare una mesta e disordinata fuga all’estero, magari alla volta di Mosca.
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Tra le testimonianze pervenute in tal senso, si registra quella avvenuta nelle scorse ore nel corso di una diretta radiofonica in onda sul canale persiano Manoto gestito da iraniani in esilio, in cui la figlia di uno dei pasdaran rivela pubblicamente come il padre sia già in possesso di passaporti falsi per sé e per la propria famiglia e abbia già preparato valigie piene di dollari in vista di un’eventuale imminente fuga.
“Mio padre ha dato ordine di uccidere. Ho foto, video e documenti che lo provano. Mandatemi al Tribunale dell’Aia. Sono una testimone vivente dei crimini commessi“, racconta sconvolta la giovane ragazza nel corso del suo accorato intervento radiofonico, che si conclude con una precisa e probabilmente azzeccata previsione: “Sapete, saranno proprio loro (i Guardiani della rivoluzione) i primi a scappare”.
Salvatore di Bartolo, 23 gennaio 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


