Il conferimento del Premio Carlo Magno di Aquisgrana a Mario Draghi si inserisce perfettamente in una dinamica ormai ben rodata: la trasformazione di alcune figure politiche europee in icone levigate, ripulite dalle asperità del loro percorso e riconsegnate al pubblico come simboli rassicuranti, quasi personaggi eroici da saga cavalleresca.
Il copione è noto. L’uomo del “whatever it takes” diventa, per magia narrativa, non solo il salvatore dell’euro, ma anche il consigliere silenzioso e infallibile del futuro europeo. Una sorta di Carlo Magno contemporaneo: niente spada, niente cavallo, solo spread e grafici. E come per ogni eroe costruito a posteriori, la storia viene setacciata con cura chirurgica: ciò che serve alla leggenda si ingrandisce, il resto si dissolve nella nebbia dell’oblio — o, a seconda dei casi, dell’imbarazzo.
Eppure, al di fuori del piedistallo accuratamente lucidato da certa stampa, esiste un Draghi molto meno marmoreo e molto più controverso. Si potrebbe ricordare, ad esempio, il suo ruolo di Direttore generale del Tesoro negli anni delle grandi privatizzazioni italiane. Si potrebbe anche evocare, nel dibattito pubblico, l’episodio che sancì l’inizio della stagione della liquidazione dell’industria di Stato: la crociera a bordo del Britannia del 2 giugno 1992, passaggio simbolico in cui l’Italia ridisegnò il proprio rapporto con il capitalismo globale.
Poi c’è la vicenda della pandemia. Qui “SuperMario” torna in versione esecutiva, da Presidente del Consiglio, e si cala nei panni dell’architetto di un modello sanitario ed economico fortemente centralizzato e, per molti versi, senza eguali nelle democrazie occidentali. Un impianto che ha prodotto effetti dirompenti sul tessuto economico italiano e sul delicato equilibrio tra misure emergenziali e libertà individuali — ma che, nella narrazione più levigata, tende a ridursi a un semplice esercizio di “buona gestione”.
Senza dimenticare il capitolo del Superbonus. Nato sotto il suo predecessore, ai tempi del governo Conte II, viene poi prorogato e ampliato anche dall’esecutivo guidato da Draghi. Una misura che, da incentivo edilizio, si trasforma rapidamente in uno dei casi più emblematici di politica fiscale espansiva: nella versione ufficiale, un volano per la crescita; nella pratica, un dossier sempre più ingombrante per i conti pubblici.
E così il contrasto si fa inevitabile: da un lato il “Carlo Magno” europeo, celebrato per aver stabilizzato l’euro nei momenti più critici e per aver indicato una traiettoria possibile all’Unione; dall’altro, una biografia politica decisamente meno marmorea, fatta di snodi controversi, decisioni discutibili e conseguenze che continuano a pesare — anche quando la narrazione ufficiale preferisce voltarsi dall’altra parte.
Così, mentre ad Aquisgrana si lucidano le medaglie e si rifinisce la statua del salvatore della moneta unica, il resto della storia — quella più complessa, meno celebrativa e molto meno utile al racconto — continua a restare accuratamente ai margini della cornice.
Salvatore di Bartolo, 30 maggio 2026
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