Pubblichiamo il contributo di un giovane medico, neolaureato, impiegato presso l’USL Toscana Sud Est, la stessa Azienda presso cui una dottoressa e un’infermiera hanno gettato per protesta dei farmaci di Teva, nota multinazionale israeliana.
Sarà il caldo di Ferragosto o la noia dei lunghi turni desertici, ma a Pratovecchio Stia in provincia di Arezzo, a due colleghe della mia USL Toscana Sud Est è balenato un miraggio per terminare la guerra a Gaza: cestinare i farmaci israeliani venduti in Italia. Il video è diventato virale ed è stato subito rilanciato dagli attivisti pro-Pal, ma rappresenta un precedente pericolosissimo con potenziali gravi implicazioni per la medicina.
“I farmaci non devono essere strumenti di polemica politica o ideologica: essi sono beni fondamentali essenziali per la cura dei cittadini, e devono essere rispettati come tali.” ha dichiarato l’Associazione Medica Ebraica, ribadendo un passo fondamentale del Giuramento di Ippocrate, secondo cui il medico ha l’espresso obbligo “di non intraprendere né insistere in procedure diagnostiche e interventi terapeutici clinicamente inappropriati ed eticamente non proporzionati, senza mai abbandonare la cura del malato.” Quale intervento più inappropriato se non scartare farmaci essenziali, solamente perché prodotti in un Paese di cui non si condividono gli ideali o le scelte politiche? Facile gettare dei semplici integratori, ma come si sarebbero comportate le due colleghe con medicinali o tecnologie di ultima generazione di cui Israele è un pioniere mondiale? Cosa direbbe un paziente a cui è stata negata un’opportunità salvavita per colpa di un medico “obiettore di Israele”?
A tal proposito si è già espressa l’Unione Parkinsoniani Perugia, la quale ha recentemente manifestato “forte allarme per le voci secondo cui il sindaco del Comune di Perugia e la sua Giunta intenderebbero invitare le farmacie comunali a non approvvigionarsi di farmaci prodotti in Israele.” Un messaggio purtroppo passato inascoltato in tante altre città italiane, a partire da Sesto Fiorentino e San Gimignano, dove le rispettive Amministrazioni comunali hanno imposto il divieto alla vendita dei medicinali israeliani nelle proprie farmacie.
Un’operazione senza precedenti, che, al di là del doppio standard evidente (non risultano boicottaggi di farmaci di nessun altro Paese), rischia di ledere l’imparzialità dell’operatore sanitario. I medici non sono attivisti. Sia nel settore pubblico sia in quello privato. Sono professionisti il cui dovere è di agire al di sopra delle contingenze politiche. Proprio in Israele, ogni giorno equipe di specialisti curano non solo i civili di Gaza, ma persino i peggiori terroristi.
Esemplare è il caso di Yahya Sinwar, l’artefice del pogrom del 7 ottobre, curato da un tumore al cervello dalle strutture sanitarie israeliane, prima di essere stato rilasciato con altri 1026 prigionieri in cambio di Gilat Shalit. Per i non addetti ai lavori potrebbe sembrare un ossimoro inconcepibile, eppure nella missione del medico rientra anche questo. Sempre dal Giuramento si legge: “Giuro di curare ogni paziente con scrupolo e impegno, senza discriminazione alcuna, promuovendo l’eliminazione di ogni forma di diseguaglianza nella tutela della salute”. Se il trattamento israeliano fosse l’unico a disposizione nella regione?
La vera preoccupazione sorge non solo da quanto accaduto, ma da quello che potrebbe presto accadere. Come chiedere una presa di posizione sulla guerra a Gaza a pazienti israeliani o ebrei. Uno scenario distopico, ma dal passo breve e semplificato da un clima sempre più giustificatorio dell’antisemitismo. Sarà solo una questione di tempo prima che questi medici “obiettori di Israele” si rifiuteranno di curare pazienti sionisti, israeliani, ebrei o che dir si voglia.
David Fiorentini, 26 agosto 2025
HaTikwa
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