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Dal MeToo al velo in Iran: il fallimento delle femministe occidentali

tagliare ciocche

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Era il 2017, e con il primo piano di Harvey Weinstein in copertina del New York Times, veniva inaugurata la stagione del MeToo. Il colosso del giornalismo americano svelava il sistema di predazione sessuale messo in atto dal produttore cinematografico, ed ecco una marea di testimonianze che provocò un’onda planetaria sotto l’hashtag #MeToo, ‘anche io’. Il clamore tutto mediatico e digitale inaugurò una nuova era: la rivoluzione neofemminista che iniziava avvolta nella bandiera della sorellanza globalizzata.

Seguirono mesi di sfilate femministe in tutto l’Occidente. La prima fu la marcia contro Trump colpevole di essere un presidente bianco e biondo: era l’alba di un nuovo movimento e di un rinnovato impegno nella difesa dei diritti delle donne, contro gli abusi sessuali e le molestie della società moderna.

Cinque anni dopo, l’Iran e il velo islamico mettono le donne occidentali nella condizione di combattere una nuova battaglia. Ma non parte nulla, e un velo di ipocrisia sta già facendo franare tutto nel dimenticatoio. Nessuna marcia, infatti, per le donne che muoiono per “mal velo” e mentre a Teheran è in corso una vera rivolta tutta al femminile – perché di donne e della loro dignità si parla -, il femminismo occidentale non è mai stato così diviso, ma soprattutto claudicante. Teso a svelare tutti i suoi paradossi e contraddizioni ad ogni esternazione.

La doxa voleva il neofemminismo lanciato dal MeToo come il movimento della rivoluzione formidabile. Non c’è stato nulla di emancipatore, ma solo di sradicatore di tutti gli elementi della realtà. S’è iscritto, infatti, in una corrente più vasta, il wokisme, che vorrebbe dire risveglio, ma che strizza l’occhio al sonnambulismo: il suo alfabeto ipnotizza. Il MeToo s’è presentato come un movimento inquisitorio.  Da un lato un’identità vittima e dall’altra un nemico comune – il maschio bianco eterosessuale – individuato da un gruppo di donne convinte di aver inventato ogni cosa.

Il 2017 è stato visto come l’anno zero del femminismo: “per la prima volta il patriarcato è stato messo in discussione”, hanno sentenziato le neofemministe. Sotto l’egida della “Rivoluzione culturale”, hanno pensato di procedere per giustificare l’eliminazione di quanti vengono designati come nemici politici da denunciare, punire, indurre al pentimento.

Nel 2022, in Iran si può morire di “mal velo” come Masha Amini, o come Asra, la sedicenne iraniana picchiata a morte a scuola per non aver cantato l’inno per l’Ayatollah. Nell’uno e nell’altro caso le autorità negano di esser coinvolte, e per le strade iraniane continuano a sfilare giovani donne svelate in segno di protesta. E per la sola contestazione si continua a morire, o a finire in galera. Ma in Occidente non c’è #MeToo che tenga.

Di fronte a quanto accade in Iran c’è una parte del mondo neofemminista che tace, un’altra che si concentra nella creazione di contenuti per una solidarietà senza fatica e solo social, e che si guarda bene dall’entrare nel merito della questione, e poi c’è chi suggerisce un’equivalenza alla Ocasio Cortez tra le battaglie delle donne occidentali e quelle di libertà e dignità delle donne iraniane: qualcosa di ridicolo, mortificante. Come se a Teheran non ci fossero donne che denunciano altre donne, come se la questione non riguardasse la violenza del regime teocratico islamico, ma il patriarcato dell’uomo bianco eterosessuale. Chi è l’antagonista in Iran come a Kabul?

Per vip e influencer è più facile aderire a una campagna mediatica di taglio di ciocche di capelli e pulirsi la coscienza, anziché prendere una posizione capace di occuparsi degli aspetti sostanziali del problema, e quindi diventare “politicamente scorretti”. D’altronde è difficile capire quel che accade in Iran in un Occidente dove le identità iniziano a diventare ‘fluide’, la parola ‘genere’ sostituisce la parola ‘sesso’ fino a farlo scomparire, si nega la differenza sessuale e l’identità religiosa è soffocata.

Tutto è mutevole, negoziabile, una battaglia ombelicale dopo l’altra. Ma in Iran non c’è niente di relativizzatile, per questo è così complicato per una neofemminista organizzare una marcia per Teheran. In Iran le donne vengono uccise, o rischiano la vita, in nome di un credo, che è anche un progetto politico, che stabilisce l’inferiorità della donna in quanto tale e la mortifica perché essere umano senza dignità.

In area islamica la femminilità è associata alla concupiscenza. E il pericolo di impurità trasforma il sesso femminile in sinonimo di disordine. La donna deve così coprirsi perché ci sono parti del suo corpo, come capelli e collo, che possono provocare l’uomo. E il velo tende simbolicamente a preservare le frontiere fra puro e impuro. Se una ragazzina alle medie, al liceo o anche alle elementari – come accade ormai sempre più spesso in Europa -, indossa il velo islamico, è perché deve creare una distanza con la coetanea non musulmana vista come impura.

Il velo è il rifiuto dell’uguale dignità tra uomini e donne, è il simbolo di un universo di pensiero estraneo all’Occidente dove il cattolicesimo ha introdotto 2000 anni fa il concetto di persona e quindi liberato la donna da ogni idea che la vorrebbe priva della medesima dignità dell’uomo. L’islam, invece, non accetta la libertà, e prima di tutto la libertà di coscienza – in un Paese musulmano non ci si può convertire, per esempio, ad  un’altra religione -, figurarsi se contempla il concetto di persona.

Chi si vela, soprattutto in Europa, lo fa per coercizione, per condizionamento, per rivendicazione o per libera scelta. Le letture possibili sono molte, ma comunque rimandano ad una serie di conflitti irrisolti: il conflitto fra islam e Occidente, il conflitto dell’islam con se stesso e il conflitto fra diritto e cultura. Perché il problema del velo islamico sta nel fatto che non è un mero simbolo religioso, ma anche politico.

Manifestare per le donne iraniane vorrebbe dire manifestare contro l’islam. Contro l’idea di tracciare una linea di separazione tra musulmane e non; contro il velo come ipersessualizzazione islamica della donna e che rivendica in se un’esigenza educativa; contro una cultura che si contrappone a quella occidentale. E come fare se la cultura europea è costantemente ostaggio di una condanna senza pietà? Bisognerebbe, poi, persino ammettere che è la protestantizzazione dell’Occidente ad aver prodotto il femminismo: il potestantesimo è regressivo rispetto al cattolicesimo che ha una dimensione matricentrica con il culto della Vergine Maria, e non solo. Il messaggio di Lutero è molto patriarcale. Si finirebbe, poi, con l’evidenziare i limiti dell’islam così coccolato in Europa e il concetto di islamofobia crollerebbe su se stesso: il Corano considera la donna un essere inferiore, se è cristiana e occidentale vale ancora meno.

In Iran il velo arriva proprio come risposta all’occidentalizzazione del Paese: il hijab è il primo simbolo della rivoluzione di Khomeini del 1979.

Ecco, allora, che dietro la facciata di unità e sorellanza della rivoluzione #MeToo, le divisioni e antinomie del neofemminismo esplodono allo scoperto. Due riguardano la sostanza: il rapporto con la questione trans e quello con il velo. Su questi temi si assiste all’esplosione del paradigma centrale del neofemminismo: l’intersezionalità. L’intersezionalità postula una convergenza di lotte tra LGBT, donne e minoranze razzializzate contro il maschio bianco eterosessuale occidentale. Come essere neofemministe, denunciare l’inesistenza della differenza anche biologica dei sessi e poi condannare il velo islamico che è teso proprio ad evidenziare la suddetta dicotomia? Dov’è il maschio bianco a Teheran?

Sull’altro piano inclinato l’alleanza tra minoranza musulmana e femministe si scontra con la questione del velo. Come essere neofemminista e difendere un oggetto che cosifica e ipersessualizza la donna? Come combattere sia per le giovani donne iraniane che bruciano i loro hijab sia per le ragazzine francesi che spiegano su TikTok come aggirare il divieto del velo a scuola? E allora sì, è molto complicato andare oltre il taglio dei capelli fotogenico.

Uno vale uno, maschio vale femmina?

Lorenzo Formicola, 21 ottobre 2022