Esteri

Dalla Vuelta ProPal a Kirk: è la sinistra a decidere chi può esistere?

Altro che dialogo: chi parla di inclusione e tolleranza oggi impone censura, esclusione e in certi casi la morte

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La violenza politica sta assumendo forme nuove e sempre più pervasive, attraversando confini e contesti diversi. In Spagna, durante la recente Vuelta ciclistica, la corsa è stata interrotta da un gruppo di manifestanti filo-palestinesi che hanno bloccato la gara per protestare contro la partecipazione di atleti israeliani. A suscitare polemiche è stata poi la posizione del ministro degli Esteri, José Manuel Albares, che ha espresso sostegno all’espulsione della squadra ciclistica israeliana, motivandola come risposta alle “azioni genocide” attribuite a Israele.

Come se non bastasse, il premier Pedro Sánchez ha proposto addirittura di escludere Israele da tutte le competizioni sportive, assecondando le modalità di protesta dei gruppi pro-Palestina e senza pronunciare una ferma condanna nei confronti dei terroristi di Hamas. C’è in questo atteggiamento un rapporto ossimorico inquietante: da un lato, l’invocazione di principi di giustizia; dall’altro, la traduzione di quei principi in misure discriminatorie e sopraffattive, che finiscono per colpire lo sport e gli atleti invece di puntare l’attenzione sui veri responsabili delle tragedie in Medio Oriente, che sono principalmente i terroristi di Hamas.

Negli Stati Uniti, il clima appare ancora più allarmante. L’assassinio di Charlie Kirk, giovane attivista conservatore, durante un evento in un campus universitario, non è stato un episodio isolato ma un vero e proprio flashpoint: un punto di rottura che rivela come la violenza sia ormai entrata al centro del discorso politico. Kirk era un ragazzo che credeva nelle sue idee e le veicolava attraverso il confronto da cui non si sottraeva. La sua forza dialettica si manifestava nel contraddittorio, che egli stesso acclamava come una sfida dialogica dentro una cornice di comunicazione reciproca. Non si trincerava mai nel discorso unilaterale, ma cercava l’altro, immergendosi nel confronto diretto. In questa propensione al dialogo implicava anche il riconoscimento della legittimità del dissenso, con cui duellava usando l’arma della parola. I suoi oppositori, invece, incapaci di reggere quello scambio e barricati in dogmi rigidi, hanno scelto di ammantarsi di una speciosa inclusività che, priva di argomenti convincenti, si è trasformata nell’arbitraria volontà di sopprimere una vita.

In questo contesto, preoccupa ancora di più il silenzio o l’ambiguità di alcuni intellettuali pubblici. Quando pensatori come Piergiorgio Odifreddi o Roberto Saviano non esplicitano una condanna netta dell’omicidio di Kirk, ma tendono a spiegarlo come se potesse trovare un appiglio di giustificazione, il rischio è di legittimare, anche indirettamente, l’azione violenta. Il messaggio che ne deriva è devastante: l’omicidio diventa un’opzione praticabile contro chi porta avanti tesi libere e non allineate. Così si contamina la società, si alimenta un clima d’intolleranza e si compie lo slittamento più pericoloso: l’arma dialettica sostituita dall’arma delle pallottole.

Questi episodi, pur avvenuti in contesti diversi, segnalano un fenomeno comune: l’erosione dello spazio pubblico come luogo di dialogo. Quando la politica si riduce a identità contrapposte, e l’identità si tramuta in odio, ogni arena – lo sport, l’università, la strada – può diventare terreno di scontro. Accanto a ciò, c’è il tema generazionale. Sempre più giovani vivono in un isolamento indotto dai social network, che li rinchiudono nelle echo chambers, dove non incontrano mai il contraddittorio ma solo il riflesso delle proprie convinzioni, rafforzate fino a sembrare verità indiscutibili. Parallelamente, i videogiochi violenti offrono universi paralleli in cui la sopraffazione è premiata, l’avversario è un ostacolo da eliminare e la violenza diventa linguaggio ordinario. Psicologi ed educatori avvertono: questo può abbassare la soglia critica, desensibilizzare, normalizzare l’aggressività, fino a spingere alcuni a traslare nella vita reale dinamiche nate nel virtuale.

Il risultato è un cocktail pericoloso: solitudine, alienazione, aggressività. Non tutti i ragazzi ne diventano vittime, certo, ma la società non può ignorare che algoritmi e mondi virtuali stiano sostituendo il pensiero critico con conferme automatiche e che l’empatia rischi di annullarsi nella consumazione passiva davanti a uno schermo. Oggi più che mai serve un cambio di paradigma: non si tratta solo di contenere i “nemici esterni”, ma di proteggere la convivenza interna, di ricostruire spazi in cui il dissenso sia confronto e non minaccia, e di offrire alle nuove generazioni un futuro che non sia fatto di muri digitali e realtà parallele, ma di dialogo, comunità e responsabilità condivisa.

Le idee non si combattono con le armi, non si contestano con la violenza. Chi pensa di soffocarle spegnendo la vita di chi le professava, si illude: perché le idee sono destinate a rigenerarsi, a proliferare nella moltitudine, a continuare a vivere in chi non rinuncia a credere nei propri valori.

Andrea Amata, 17 settembre 2025

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