«Non esistono innocenti, esistono solo colpevoli non ancora scoperti». Parlando di corruzione negli appalti, Davigo pronunciò questa frase, diventata in seguito il simbolo di una certa concezione della giustizia a lui attribuita. Oggi, alla luce della sua condanna definitiva, risuona con un significato che non può lasciare indifferenti. La Cassazione ha reso definitiva la condanna dell’ex magistrato a un anno e tre mesi, con pena sospesa, per rivelazione di segreto d’ufficio. Una vicenda legata ai verbali del caso Amara e alla presunta «Loggia Ungheria». Non un’opinione, non una polemica televisiva, ma una sentenza definitiva.
E qui il punto non è invocare vendette, né applicare a Davigo quella giustizia sommaria che troppo spesso altri hanno invocato per i propri avversari. Il punto è ricordare un principio elementare: la legge deve valere per tutti, soprattutto per chi ha trascorso una parte della propria vita pubblica a presentarsi come custode inflessibile della legalità.
Nel tempo, Davigo è diventato molto più di un ex magistrato: un personaggio mediatico, una presenza costante nei salotti televisivi, spesso accolto con deferenza da interlocutori pronti ad attribuirgli il ruolo di giudice morale della Repubblica. Con il suo linguaggio tagliente, il suo giustizialismo senza sconti e una visione della politica frequentemente filtrata attraverso il sospetto, ha contribuito ad alimentare una cultura nella quale l’indagato rischiava di essere considerato colpevole agli occhi dell’opinione pubblica prima ancora che un tribunale si pronunciasse.
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Una cultura manettara, forcaiola e giacobina, nella quale garantismo e presunzione d’innocenza venivano talvolta liquidati come fastidiosi intralci, anziché riconosciuti come pilastri dello Stato di diritto. Sia ben chiaro: una condanna non può e non deve cancellare una carriera. Ma pone una domanda inevitabile: con quale credibilità si può predicare il rigore assoluto per gli altri quando si viene condannati in via definitiva per rivelazione di segreto d’ufficio? Eppure Davigo è stato elevato a oracolo televisivo, tra applausi, compiacenza e riverenza, incarnando un giustizialismo che troppo spesso ha confuso il sospetto con la colpa e l’indignazione con la prova.
Ma la giustizia non è una clava, il processo non è uno spettacolo e nessuno può arrogarsi il ruolo di giudice morale della Repubblica. La responsabilità ricade anche su chi ha trasformato il manettarismo in una virtù, la gogna in un metodo e il garantismo in una colpa. Perché lo Stato di diritto non ammette sacerdoti intoccabili della legalità: la legge vale per tutti, anche per chi pretendeva di impartire lezioni agli altri.
E allora quella frase andrebbe finalmente capovolta: non esistono cittadini che debbano essere considerati colpevoli per principio. Esistono persone che devono essere giudicate sulla base delle prove, nel rispetto della legge e senza privilegi, né per i potenti né per i loro accusatori. Questa si chiama civiltà giuridica. Tutto il resto è giustizialismo. E nessuno, proprio nessuno, dovrebbe sentirsi al di sopra di essa.
Massimo Micheli, 10 ottobre 2026
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