L’immagine dell’ex presidente della Repubblica che si avvia verso il carcere dove dovrebbe rimanere qualche settimana per poi passare agli arresti domiciliari, non è naturalmente estranea all’immaginario di un popolo che entra nell’età contemporanea decapitando il suo re. Però in una nazione in cui lo Stato ha un peso ben superiore a quello che ha in Italia, non è proprio una scelta compiuta a cuor leggero. Certo Nicolas Sarkozy, al di là delle pasticciate prove alla base della sua condanna, è colpevole agli occhi dei suoi connazionali per aver maldestramente iniziato quella disgregazione dell’Afrique françoise che poi ha completato Emmanuel Macron. Ma nella sentenza su di lui non si legge solo questo: si avverte anche come un prendere le distanze di un ordine dello Stato dalla crisi di un’altra istituzione, la presidenza della République, altrettanto fondamentale.
I più cinici, magari sulla base della nostra esperienza di Mani pulite, vedono un elemento di opportunismo di una corporazione che preserva il proprio prestigio denudando pubblicamente (e frettolosamente) la più alta carica dello Stato in caduta libera di consensi. I più machiavellici invece, considerando la potenza dell’establishment d’Oltralpe, ritengono che il carcere a un Sarkozy che si avvicinava al dissidente macroniano e interlocutore di Marine Le Pen, Edouard Philippe, l’ex gollista che rompendo con i suoi aveva contribuito al successo dell’attuale presidente nel 2017, come una mossa, alla pari con quella dell’estromissione per via giudiziaria della presidente del Rassemblement national dalle prossime elezioni, cioè una manovra per stabilizzare gli attuali assetti politici. Ma un osservatore meno tortuoso, però non ingenuo, vede invece la presa d’atto, da parte di un potere costituzionale, della crisi del presidenzialismo e, di fatto, più o meno, un invito a reagire a questa crisi.
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D’altra parte lo stesso Sébastien Lecornu ha evocato l’attuale impasse istituzionale francese quando ha detto che la scelta fondamentale per il bilancio dello Stato (o più tasse o una più alta età pensionabile) era rimandata a dopo le elezioni presidenziali fissate (per ora) nel 2027. In questa situazione il povero Lecornu non sa bene che provvedimenti approverà nelle prossime settimane un Parlamento nel quale i socialisti bocceranno ogni proposta significativa dei gollisti e viceversa, anche per non esporsi a una sconfitta nelle elezioni locali che si terranno ad aprile. Il premier-mezzo martire punta peraltro proprio sulla scadenza delle municipali per far passare comunque uno straccio di bilancio, prevedendo che i partiti che l’appoggiano non vorranno, prima delle municipali, essere considerati colpevoli di aver incrementato la crisi dello Stato. Ma dopo sarà mani libere per tutti e la considerazione “agli atti” che le scelte politiche fondamentali sono ormai bloccate per l’incapacità/impossibilità dell’Eliseo di dare un indirizzo alla nazione, diventerà la base per una campagna incalzante per le dimissioni di Macron, simbolicamente per qualche verso peraltro desacralizzato dalla carcerazione di Sarkozy.
È evidente, anche dall’avvicinamento che di giorno in giorno si registra tra seguaci di Marine Le Pen e gollisti, che la partita in Francia riguarda al fondo la possibilità di una collaborazione di governo e al secondo turno delle presidenziali e delle politiche tra conservatori moderati e radicali. E in questo senso e in qualche modo si collega alla battaglia che combattono, non di rado con stravaganze di troppo, quei conservatori radicali che sono i trumpiani impegnati a rifiutare non tanto e non sempre le critiche (che pur talvolta rigettano con intolleranze ben poco commendevoli) ma le pretese di delegittimare avversari politici di cui non si condividono non comportamenti ma idee pienamente consone a una discussione pubblica democratica.
Lodovico Festa, 21 ottobre 2025
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