Il 25 aprile 2026, mentre i riflettori erano puntati sulla Flotilla, a Deir al-Balah accadeva qualcosa di icastico nella sua semplicità: i cittadini facevano la fila per votare. Per la prima volta dopo un ventennio abbondante. Deir al-Balah è collocata al centro della Striscia, 14 km a sud di Gaza City e 9 a nord di Khan Yunis, e non è stata colpita dai bombardamenti come Rafah o Gaza City. L’ultimo voto risaliva al 2005: da allora Hamas ha nominato sindaci per decreto, come è abitudine nelle teocrazie. Oggi il consiglio eletto si è insediato all’Al-Anan Stadium con passaggio di consegne tra Nizar Ayyash (cooptato da Hamas nel 2021) e il nuovo sindaco Khalil Abu Samra.
La Commissione Elettorale ha allestito 12 seggi, nove sotto tende, con urne di legno artigianali. Quattro liste in campo, nessuna formalmente riconducibile a Hamas anche se nella lista “Deir al-Balah Together”i candidati locali sono stati fotografati accanto a funzionari di Hamas. Peraltro la campagna elettorale è andata maluccio in quanto ha conseguito il risultato peggiore con 2 seggi su 15. Nahdat Deir al-Balah è risultata la lista maggioritaria.
L’affluenza al 22,7% è stata bassa, ma i registri elettorali erano fermi al 2005 e la popolazione, originariamente di 75.000, è salita a 300.000 per gli sfollamenti.
Sarebbe velleitario presentare questa importante svolta come la palingenesi democratica nella Striscia di Gaza. È una sola città nell’enclave, un “pilota” per ammissione della stessa Commissione Elettorale. Hamas arma ancora larghe porzioni di territorio, e Khan Yunis e Rafah, rase al suolo, non sono in grado di allestire alcun seggio. Ma è la prima di altre elezioni che segneranno il distacco del popolo della Striscia dai macellai che li hanno tenuti sotto scacco, nel silenzio complice di chi, in Occidente, si stracciava le vesti per difendere Hamas.
Il punto è altrove: la nomina imposta è l’essenza del potere teocratico, mentre il voto ne è la sua negazione. Un seggio dove candidati reali presentano programmi su fognature e acqua potabile, senza slogan, è una confutazione implicita di un ventennio di terrore armato.
Questa notizia è stata sepolta da tutto ciò che è funzionale alla narrativa dominante. Gaza deve restare una superficie su cui proiettare tutte le categorie preconfezionate… e intanto la realtà avanza, talvolta, più veloce delle retoriche che vorrebbero fermarla.
Giulio Galetti, 6 maggio 2026
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