Cronaca

Devastano Milano, buffetto del giudice: “No ai domiciliari, devono studiare”

Ricordate li scontri e le violenze del 22 settembre a Milano con decine di poliziotti feriti? La risposta è nessuna misura detentiva

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A Milano si devasta, si spacca tutto, si mandano all’ospedale decine di agenti… e alla fine? Una pacca sulla spalla e arrivederci. È questo, in sintesi, il messaggio che arriva dopo gli scontri del 22 settembre intorno alla Stazione Centrale, al termine del corteo per la Global Sumud Flotilla. Un messaggio devastante quanto le vetrine infrante: puoi fare il finimondo, tanto al massimo ti presenti a firmare. Perché i numeri, prima ancora delle opinioni, parlano chiaro. Oltre sessanta agenti feriti. Scene da guerriglia urbana nel cuore della città. Eppure, sul fronte delle misure cautelari, siamo alla linea morbida: niente carcere, niente domiciliari. Solo obblighi di firma e, per alcuni, di dimora nel proprio Comune.

Finora erano dieci i provvedimenti già adottati, con quattro misure di custodia (due per minorenni). Adesso se ne aggiungono altri otto, tutti a carico di maggiorenni. Ma attenzione: sono tutte misure non detentive. Tradotto: quattro obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria e altri quattro con l’aggiunta dell’obbligo di dimora. Insomma, si resta liberi. Liberissimi. E qui arriva il cuore della questione. La giudice Giulia D’Antoni, riporta Repubblica, nel respingere la richiesta dei domiciliari, spiega che ha tenuto conto anche “della giovane età degli indagati e della necessità che gli stessi percepiscano il disvalore della condotta commessa senza, tuttavia, che vengano imposte eccessive limitazione alla loro formazione e ai loro percorsi di studio”. Capito? Hanno messo a ferro e fuoco una zona simbolo della città, ma attenzione a non disturbare troppo il percorso di studi.

La stessa magistrata riconosce comunque “la gravità dei fatti commessi”, e per alcuni parla di “ruolo assunto nel corso dei disordini e la peculiare aggressività”. Però la risposta resta calibrata, quasi educativa: obbligo di dimora, limitazioni agli spostamenti, firma dalla polizia. Nulla che somigli davvero a una misura più stringente. Nel frattempo le indagini della Digos proseguono. I primi arrestati erano stati accusati di violenze pesanti contro le forze dell’ordine. Poi, il 18 marzo, altre 27 persone sono finite nel mirino per reati “di piazza”: anche lì, misure leggere, divieti di partecipare ai cortei, notifiche, interrogatori. E proprio da questi passaggi sono scaturite le nuove decisioni.

La giudice, nero su bianco, ammette anche il rischio che tutto questo possa ripetersi: “Sebbene la percezione avuta da questo giudice in sede di interrogatorio di garanzia è stata quella per cui l’essersi ritrovati coinvolti nel procedimento penale, la preoccupazione legata all’attesa dello svolgimento dell’interrogatorio e le riflessioni svolte nel corso dello stesso possano avere indotto gli indagati a iniziare un processo interno di rivisitazione critica del proprio comportamento, non può escludersi che, laddove nel corso di una manifestazione pubblica dovessero riproporsi scenari analoghi a quelli avvenuti in occasione del 22 settembre, gli stessi si asterrebbero dal commettere comportamenti del medesimo tenore”.

Traduzione: forse hanno capito, forse no. E intanto restano fuori. E allora la domanda è semplice, brutale: che segnale stiamo dando? Perché qui non si tratta di ragazzate. Qui si parla di violenza organizzata, di agenti feriti, di una città messa sotto assedio. E la risposta dello Stato sembra più una lezione morale che una sanzione. Il risultato? Un buffetto. E via.

Franco Lodige, 31 marzo 2026

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