Finalmente un padre che non cerca scuse. Che non si rifugia dietro le solite giustificazioni, che non tira in ballo il disagio giovanile, la società cattiva o la rabbia delle nuove generazioni. Un padre che guarda in faccia il figlio, fermato durante la guerriglia che ha messo a ferro e fuoco Milano e gli sbatte addosso tutta la sua indignazione: “Ero contento se ti spaccavano la testa, ero contento guarda”. Parole durissime, certo. Ma anche lo sfogo di un genitore che non ha alcuna intenzione di trasformare una vergognosa giornata di violenze in una ragazzata da perdonare con una pacca sulla spalla.
La scena si consuma davanti alla Questura di via Fatebenefratelli. Da una parte i ragazzi fermati durante il secondo pomeriggio di devastazioni nel capoluogo lombardo, dall’altra i genitori arrivati per riportarli a casa. E tra mamme preoccupate, papà furibondi e giovanissimi che sembrano non aver ancora compreso la gravità di quanto accaduto, spunta una lezione di responsabilità che meriterebbe di essere ascoltata anche fuori da Milano.
Perché dopo due giorni di assalti ai negozi, vetrine sfondate, saccheggi e aggressioni alle forze dell’ordine, la pazienza è finita. Altro che protesta. Altro che diritto a manifestare. Chi prende a sassate i poliziotti, devasta le attività commerciali e trasforma il centro di una città in un campo di battaglia non è un manifestante da comprendere. È un violento da fermare. E se per impedirgli di continuare a spaccare tutto servono i manganelli, la polizia deve poterli utilizzare, con la forza necessaria e nei limiti della legge. Senza essere costretta a subire passivamente le aggressioni.
Ma torniamo a quel padre. Il suo sfogo, raccontato da Repubblica, è probabilmente una delle immagini più significative del dopo-guerriglia. Perché mentre qualcuno continua a cercare attenuanti per i baby casseur, c’è chi ha il coraggio di ricordare che le responsabilità individuali esistono. E che l’educazione passa anche attraverso un rimprovero durissimo, soprattutto quando ci si ritrova a recuperare un figlio in Questura.
Non è l’unico. Un altro genitore, arrivato da Como per il figlio diciannovenne, non prova nemmeno a minimizzare: “Se ha sbagliato, pagherà. Sono deluso. Dopo trent’anni in Italia mi vergogno a venire qui per colpa sua. Mi spacco la schiena tutto il giorno e poi queste cose…”. Parole che pesano come macigni. È la rabbia di chi lavora, fa sacrifici, cerca di costruire un futuro ai propri figli e poi si ritrova a fare i conti con una notte in Questura.
Una madre racconta invece che il figlio avrebbe dovuto sostenere un colloquio di lavoro. E invece era in Duomo, nel bel mezzo dei disordini. “Ieri c’è stata delinquenza vera. Lui appartiene al gruppo dei pirla, si ferma a guardare”, sbotta la donna. Anche qui, nessuna indulgenza. Nessuna voglia di trasformare quanto accaduto in un’avventura adolescenziale.
Certo, essere fermati non significa automaticamente aver commesso un reato. Saranno gli accertamenti a distinguere chi ha partecipato alle devastazioni da chi si trovava semplicemente sul posto. Ma questo non cambia di una virgola il giudizio su quanto accaduto nelle strade di Milano. Chi ha saccheggiato, distrutto e aggredito gli agenti deve risponderne fino in fondo. L’età non può diventare un lasciapassare per la violenza, così come il disagio sociale non può trasformarsi in una licenza di devastare.
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E colpisce anche un altro dettaglio. Mentre alcuni genitori si vergognano di quanto accaduto, c’è chi esce dalla Questura quasi divertito dalle ore trascorse nelle camere di sicurezza. Come se tutto fosse stato una bravata, un’esperienza da raccontare agli amici. È forse questo l’aspetto più inquietante: la sensazione di impunità, l’incapacità di comprendere che dall’altra parte ci sono commercianti danneggiati, cittadini spaventati e poliziotti mandati in ospedale.
Ecco perché quel padre merita un applauso. Non perché qualcuno debba augurarsi davvero che un ragazzo finisca con la testa spaccata. Ma perché ha rifiutato di fare l’avvocato difensore del figlio a prescindere, di considerarlo automaticamente una vittima e di assolverlo prima ancora di conoscere le sue eventuali responsabilità.
Massimo Balsamo, 19 ottobre 2026
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