Società

E alla fine arriva Francy Gaza, Nostra signora di Vogue

Cover, capricci e coltelli: anatomia di una sinistra che si sbrana

francesca albanese vogue Immagine generata da AI tramite GPT Image 1.5 di OpenAI

Il problema è che anche le sardine invecchiano, precocemente incanutiscono e i loro vizi da ricche comuniste, come pagare trecento euro all’ora l’armocromista per farsi insegnare le mutande coordinate con la divisa, ieri istituzionale, domani sciammanata da carro pride, oggi casual snob da campagna elettorale, appena 4 anni dopo sembrano archeologia politica, ossia mediatica, cioè immaginaria.

Il PD della gestione Lella perde i pezzi e le pezze, le Madia cercano badia, ovvero casa, in territori renziani dove per pilotare il campolargo sgomitano nuovi prodotti ancor più patinati e pattinati. Ci sono queste due omonime, colleghe nello sport, lancio del martello, e ora nella politica, una artefatta dai piedi senza scarpe alla testa, oh, così blasé, l’altra più grezza ma impara in fretta, sta mollando quella sua maglietta fina da Askatasuna, quell’aria da precaria stracciatella per rifugiarsi in divise sempre più consone, quei completini rigidi, BCE style, pura estetica da Diabolik, da Clerville, da Bruxelles, oh così Ursula, così Christine, così Roberta.

E alla fine arriva Francy. La ragionevole estimatrice di Hamas “che ha fatto cose buone, ospedali, scuole”, da riempire di bambini come scudi umani, ma stà a spaccà er capello, resistenza globale tutto si fa per te. Francy Gaza non sarà Barbie Gaza, non può, per evidenti limiti, da anni, forse da sempre, ma attenzione: sta riguadagnando il tempo perso a grandi falcata e martellate. La sua è una rivoluzione lenta ma inesorabile, di copernicano marxismo: smesse la palandrane, le gonnellone da suffragette grillarelle anni 70, eccola risplendere anche lei da una copertina e che copertina: siamo su Vogue British, compagne, la rivista che va a ruba tra le velate di Gaza, di Teheran, di Islamabad.

Inaudito, e così la sfottono, la attaccano inveleniti, Francy Gaza: ma sbagliano. Abbagliati dalla nuova mise blu propal, vedono sempre il dito al posto della mezzaluna, si soffermano sulla spocchia d’ordinanza, sono una grande scrittrice, ho migliaia di clienti, ma è tutto contorno, appena distorsione di ego, le Francy Gaza sono un po’ come le colone sioniste, stan sempre tra di loro e nessuno le critica, se la cantano e se la suonano. Ma no, la metamorfosi di Albanese non è solo egolatrica, non è pura vanità.

Certo, c’è anche quella, siamo di fronte ad uno tra i personaggi più pieni di sé degli ultimi anni ed è una bella lotta, oggi più che mai vale l’aforisma di Eugenio Finardi, “la gente s’innamora sempre della gente convinta”. E auspicabilmente poi la vota e allora siamo al busillis: vanità qui non rima con vacuità, non soltanto, almeno, Francy, cui dei gazawi e compagnia bella importa infinitamente meno che di sé stessa, è una ambiziosa, tipo un Vannacci in gonnellona, va preparando la discesa annunciata e pare abbia scelto finalmente il partito di Salis, preferito ai 5 Stelle che pure, per via travagliesca, l’avevano generosamente apparecchiata. Il che dovrebbe suggerirci qualcosa a proposito dei reali equilibri in quel gran casino d’un centro sociale di estrema sinistra per ipocrisia chiamato campolargo. Lasciate qualche speranza o voi c’entrare, voi ex lanciatrici di martelli: si fa largo di gran Vogue una un poco fané, ma estremista ancor più di te.

Donne, di sinistra hardcore (il riformismo renziano è fumo nei tacchi), presuntuose, protese verso la galassia flotillera, propal, antitrump che correttamente si legge anti occidente: ed ogni occasione è buona per superarsi nel delirio a pendolo tra islam e woke. A parole, certo, fuffa da copertina, da book fotografico, da servizio di moda, dovessero arrivarci si riconvertono subito, mica vogliono fare la fine di un Mamdani a New York: basta Genova, per quello.

Ma intanto sono lì e la bagarre, alla resa dei conti, sarà più violenta di un arrivo della Milano Sanremo. Ad arrancare sembra Lella, sardina logorata dal potere mai avuto: la politica è un conte Ugolino che divora le sue figlie, ha bisogno di faccette sempre nuove e ci vuole un fisico bestiale perché appena sbagli una mossa i demiurghi, si chiamino Renzi, Travaglio o FratoNelli ti rinnegano, ti scaricano.

Qui non si guarda in faccia nessuna, o funzioni o sei fuori. Sul filo di una cover affilano gli artigli le candidate al Politburo di Gaza: roba da dure che non hanno pietà, non possono convivere, non si dà in natura, è una lotta femminicida, solo la più spietata e con le massonerie giuste resterà in piedi. Ma finché comandano a casa loro, poco male, se non per Conte, unico gallo nel pollaio. È se dovessero esorbitare con la buona grazia del Colle garante, allora sì che sarebbero guai grossi come montagne.

Dall’altra parte, una donna sola al comando: la Giorgia che in 4 anni, lei sì, di comando appare segnata, scavata, appare diversa, più consapevole e più fragile. Questo maledetto potere distrugge chi non ce l’ha ma pure chi ce l’ha e se ne frega se sei donna, anzi infierisce. Fra tante critiche che le si possono fare, Meloni almeno una non la merita: quella di indulgere oltre misura nell’egocentrismo prospettico, da rampante in posa, come le contraltare della sinistra ricca, come questa Francy il cui scatto riciclato risulta insopportabilmente studiato, fasullo come le sparate strategiche su Taranto che è una piccola Gaza, sul millantato disinteresse quando tutte non fanno che consultare i sondaggi come gli oroscopi. E la corsa non è contro la premier, è contro le altre tre.

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E allora per il momento godiamoci questa Gaza tra donne, questo definirsi e rifinirsi copertina su copertina, campagna dopo campagna, ritratto per ritratto, boutade su boutade, questa danza di miraggi che non è più cringe, non è grottesca, è qualcosa di già oltre, in un controluce quasi minaccioso, segno dei tempi ma tempi inquietanti, vuoti ma carnivori, come di zombie seducenti ma spaventosi.
Max Del Papa, 6 maggio 2026

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