Società

“È ok la nuova moschea?”. E la risposta-supercazzola del vescovo sa di sottomissione

La moschea di Torino, il silenzio del cardinale e una Chiesa che, secondo Del Papa, rinuncia a difendere la propria identità

vescovo torino

Gli chiedono che ne pensa della moschea a Torino e lui risponde peggio del conte Mascetti ma meglio di Stefano Massini (cui non dissomiglia), quello delle troie e i pomodori. Il mistero assai poco gaudioso si deve al cardinale Repole, che è l’anagramma del sindaco Lepore quello di Bologna: per non rispondere si lancia in un delirio tostissimo, nel senso della faccia, in elogio, chissà che diavolo c’entra, della Laicità, maiuscolo per la Madonna. Nessun senso, tanto fumo, più di Satana che d’incenso, pur di non dire come Cristo: il vostro dire (rispondere) sia sì sì, no no: tutto il resto viene dal demonio. E difatti. Dal demone della dialettica, per l’occasione, ma una dialettica penosa sconclusionata: questo è post strutturalismo della peggior specie, di quel relativismo che secondo Paolo Gambi, autore del notevole “Il morbo”, spalanca la strada all’ideologia gender e all’ecogismo apocalittico. Anche, si potrebbe aggiungere, all’aborto consumisitico modaiolo e all’islam di conquista. E difatti.

Il cardinale non vuol dire che la moschea da 18 milioni, 8 dei quali provvisti dal Marocco, gli altri non si sa (ma si immagina) e il cavallo di Troia per il troiaio definitivo, è parte potente, anche in senso fisico, spaziale, di un sistema che collega le sue parti dal tribunale islamico che parte da Padova per dilatarsi ovunque, fino al divieto di carne di maiale nelle mense scolastiche e per tutti; è la resa, della quale la chiesa cattolica porta la parte più pesante, più invereconda.

Altro che l’elogio della laicità che non è neanche ecumenismo, irenismo: è ateismo e la facessero finita con la vaccata del san Francesco pop di quel pessimo menzognero divulgatore che è Benigni: non fu un flotillero fumato che insegnava ai passeri a votare il campolargo, perdio (la finirete mai di pagarlo 300mila a semestre per simili cazzate?), il figlio di Pietro Bernardone, commerciante di tessuto pregiati in Assisi, del quale il Papini scrisse: volevi il figlio grande, ed è veramente grande, ma da straccione, nel mondo; ma tu non gettare quei tuoi panni che tuo figlio ha lasciato a terra, conservali come la reliquia di un figlio santo.

Fu uno che incarnava il cristianesimo mite e feroce con cui andava a convertire il sultano. Non uno che si nascondeva dietro un pessimo postmarxismo per eludere la questione, per non dire che la moschea cavallo di Troia gli stava bene. Ah, che l’inclusione è una pioggia d’oro come quella di Zeus che li annaffia tutti, laici e clericali, destra e sinistra, sopra e sotto, davanti e dietro.

L’erigenda moschea a Torino sorge con la forza del fatto compiuto, ma è un focolaio non di integrazione ma di integralizzazione e non lo nascondono: “Non servirà solo a pregare”. Qui come a Padova come a Milano dove l’aspirante sindaco Pacini, naturalmente PD, la pone come prima e non trattabile urgenza, secondo le pretese dei fratelli musulmani in via di candidatura.

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Sua eccellenza il cardinal legato non lo sa? Ma sì che lo sa, lo sa tanto bene da nascondersi dietro le vane parole: la sua dotta non risposta avrebbe deliziato Michel Foucalt, ma i cattolici sono abituati a cose più chiare, più in linea col Vangelo e non la capiscono più una chiesa che li abitua ai sofismi, alle doppiezze. Una chiesa che se ti vuoi confessare non ce la fai, devi prenotarti col telefono e se ci arrivi ti danno due minuti al massimo e ti chiedono se sei stato abbastanza inclusivo, se hai offerto il collo.

Una moschea a Torino! E poi dappertutto e non basteranno mai, perché questa è la strategia. Far capire chi è che comanda, indicare con la forza dei templi, sempre più giganteschi e pagati dagli invasori, che la resa è cosa fatta che capo ha. Capo decapitato. E che vogliamo dire ancora? Che ci salviamo? Che non è detta l’ultima parola? Con un clero così? Che col sorriso più bronzeo ti viene a dire, come Vasco Rossi, “basta che ci sia posto”?

Max Del Papa, 10 ottobre 2026

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