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“E i trans?”. L’allucinante polemica elettorale degli attivisti Lgbt

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Volevo dire io che non s’infilavano pure qui. Già i sacrosanti referendum sulla Giustizia sono andati come sono andati, con il che non resta che concludere per il sostanziale piddinismo masochista del Paese, roba che la Littizzetto vivrà esaltazioni ormai scordate; non bastasse, puntuale come la morte ecco la polemica cromatica delle vestali gender, questi incurabili ossessionati da loro stessi, sentite che roba: il registro degli elettori per l’annotazione delle schede elettorali con gli «elenchi in rosa e blu, fatti dal Ministero degli Interni non tiene conto della complessità delle persone transgender. Migliaia di persone aventi diritto al voto in questo momento in Italia non sono in possesso di documenti conformi alla propria identità».

Non si dà pace in questa nota dolente Fabrizio Marrazzo (no, non quello là: un altro), portavoce del “Partito Gay per i diritti Lgbt+, Solidale, Ambientalista, Liberale” (e poi, che altro? Tocca fare una scheda in posizione orizzontale). Liberale de che? Discriminatorie le schede colorate? Ma possibile che sempre lì – cioè in manicomio – bisogna andare a finire? Poi dice che sempre più gente invoca Putin come il salvatore della Patria (la nostra).

Prima Mattarella che, soave, argenteo, come niente fosse, secondo Il Foglio avrebbe fatto l’elogio dell’astensionismo. Per la serie, comportatevi come vuole il Pd e non rompete le balle. Poi il boicottaggio in Sicilia, a Palermo, dalle modalità inconfondibili, con decine di presidenti di seggio che di colpo spariscono. Ancora, e qui si parla per esperienza diretta, gli ostacoli melliflui in sezione, con quelli del seggio che chiedono ai votanti: “Le vuole tutte, le schede?”. Sì, certo, perché? Infine, lo psicodramma, molto psico e poco dramma, delle schede bicolori. «La pubblicazione degli elenchi in rosa ed in blu, oltre essere anacronistici (sic!), pongono l’attenzione su un grande tema che avevamo sollevato anche per le scorse elezioni. Costringere le persone trans e non binarie a fare coming out in ambienti non idonei, esponendole di fatto alla possibilità di diventare un facile bersaglio di violenza e discriminazione. Mentre in contemporaneo lo stesso ministero non ha bloccato centinaia di liste dove le quote per le donne non erano rispettate, e per le quali faremo ricorso nei comuni dove siamo presenti».

Also sprach Marrazzo. Che grande tema! Ora, se c’è un posto dove non c’è pericolo di violenza, tanto meno sulle persone trans e non binarie, è un seggio elettorale: che fanno, li molestano con la matita? Gli fanno aria con le schede? Ma dai. “Facile bersaglio”, e su! Ma questi, su quale pianeta vivono? O credono di essere gli unici a vivere su questo pianeta? Davvero debbono sempre attaccarsi a tutto pur di far casino? Lungi dal dover complicare ciò che è facile, attività prediletta da chi non c’ha un cazzo da fare, la cosa è molto semplice: fino a legge contraria, le autopercezioni in “gabina”, come diceva Bossi, che ce l’aveva duro, contano zero e quello che decide è la carta d’identità. Per cui uno può sentirsi, addobbarsi, atteggiarsi come gli pare, ma se c’è scritto sopra “maschio”: scheda azzurra, se c’è “femmina”: scheda rosa”, e se uno da maschio è passato a femmina, scheda rosa (o viceversa). Prego si accomodi avanti il prossimo.

La faccenda non è né grave né seria, però è indicativa delle conseguenze disastrose cui si arriva forzando un modo di pensare che non è più neppure ideologia, ma patologia: se uno è quello che si sente, a giorni alterni, a seconda del caso, in un dato momento, a estro, la società va in tilt e davvero non si capisce più un suddetto cazzo. È tutto qui, tu puoi considerarti tranquillamente quello che ti pare, ma sei tenuto ad osservare un minimo di logica formale e di ordine sociale: se non per te, per il resto del mondo. Scendiamo nel banale, nel trito e ritrito, nel detto e ridetto, ma insomma non è che se io oggi mi sento Quintino Sella (Draghi no; non ce la farei, non vorrei mai), posso entrare spedito al ministero, o a palazzo Chigi, mandando a fanculo le guardie che mi fermano. Non è che se mi credo Gianni Rivera posso andare a San Siro a giocare nel Milan, o pretendere un ingaggio da un milione di dollari al karaoke perché oggi mi sento tanto Harry Styles, anzi, facciamola politicamente corretta, Beyoncè. Non dovremmo neanche star qui a sprecar parole. Non ha senso, punto.

Invece Marrazzo, che si ritiene, tra svariate altre cose, liberale, insiste: debbono tutti adeguarsi alle mie pretese più o meno visionarie. «Per questo motivo chiediamo al Ministro Luciana Lamorgese che sia emanata una circolare che ponga fine ai libretti in rosa per le donne ed in azzurro per gli uomini, e che le file siano solo in ordine alfabetico e non divise per genere (maschio femmina), per poter regolamentare le file ai seggi in forma più rispettosa e permettere a tutti e tutte le persone trans di esprimere il proprio voto, parliamo di una popolazione tra le 100 e le 200 mila persone coinvolte, che anche a queste elezioni non parteciperanno in gran parte». L’ordine alfabetico, bravo merlo: e se io per caso mi sento che, quel giorno lì, merito un nome diverso? Se da Max mi piaccio di più come Rosy? Che fai, discrimini?

Dannatissimo Paese, inchiodato alle sue pratiche peggiori – “le vuoi tutte, le schede?”, ma slanciato a volare sulle correnti più stupide e cialtronesche. E però stiamo al gioco: siccome non è più sufficiente definirsi non binario, e per catalogare tutte le varianti autopercepite, che ormai si moltiplicano per partenogenesi, non bastano tutte le lettere dell’alfabeto, l’unica è che il Ministero faccia stampare schede in infinite sfumature di colori, tipo quelle stupende confezioni di matite che usavano un tempo. A seconda dell’attitudine momentanea, uno può scegliere la tonalità che preferisce, meglio ancora cangiante, come quelle orrende torri di Pisa degli anni ’70, il massimo del kitsch. E poi ci troveremo come le star, in cromasezione per votar. O scheda rosa o scheda blu, cuccuruccuccù Marrazzo.

Max Del Papa, 13 giugno 2022