Ormai serviva un segnale dall’alto. E il segnale è arrivato. Quando persino l’Onu decide di prendere le distanze da Francesca Albanese, significa che la misura è colma. E che le sue sortite contro la stampa, questa volta, non sono passate come innocenti “interpretazioni creative”, ma come ciò che sono: scivoloni imbarazzanti.
Il portavoce del Segretario generale, interpellato sulle parole della relatrice speciale dopo l’assalto alla redazione de La Stampa (“Questo dovrebbe servire da monito ai giornalisti affinché tornino a fare il loro lavoro”), ha risposto in modo inequivocabile: “I relatori speciali diranno ciò che i relatori speciali hanno da dire. Per il Segretario Generale è molto chiaro che i giornalisti non dovrebbero mai subire alcuna forma di violenza, ovunque si trovino, sia essa fisica, verbale o intimidatoria”. Tradotto dal diplomatico all’italiano corrente: signora Albanese, qui dentro ha passato il limite.
E dire che la domanda del giornalista – da cui è partita la risposta dell’Onu – era già di per sé eloquente. Parlava di una relatrice “che continua a dare un tocco di ‘specialità’ al ruolo di ‘relatrice speciale’”, accusata di usare l’attacco a un giornale come clava politica contro… i giornalisti stessi. E chiedeva se il Palazzo di Vetro avesse qualcosa da dire su dichiarazioni che, in Italia, sono state giudicate “una tattica intimidatoria”.
ONU su Francesca Albanese: “I relatori speciali diranno ciò che i relatori speciali hanno da dire. Per il Segretario Generale è molto chiaro che i giornalisti non dovrebbero mai subire alcuna forma di violenza, ovunque si trovino, sia essa fisica, verbale o intimidatoria”.
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Quando anche l’Onu mette le mani avanti, non stupisce che anche la sinistra italiana – finora compattissima nel difendere la “relatrice speciale” con una devozione quasi mistica – cominci improvvisamente a prendere le distanze. È successo a Firenze, dove la maggioranza di centrosinistra ha rimandato (tradotto: affossato) la proposta di concedere la cittadinanza onoraria ad Albanese.
Non un dettaglio. Se fino a ieri la si portava in processione come fosse la madonna pellegrina dell’impegno pro-Palestina, oggi nemmeno il Pd locale trova più il coraggio di votarle un riconoscimento ufficiale. La presidente della Commissione Pace Stefania Collesei lo ha detto chiaramente: “In questo momento non ci sono le condizioni per la cittadinanza onoraria, non ci sono i numeri in consiglio comunale”. Tradotto: non la vota più nessuno e anche noi abbiamo capito che è meglio lasciar perdere.
Si discute di emendamenti, di riconoscimenti “non ufficiali”, di convegni riparatori. Tutto pur di non affrontare la questione centrale: che la relatrice speciale, dopo le sue uscite intimidatorie sulla stampa – mentre i giornalisti scioperavano, dettaglio sfuggito alla relatrice – è diventata una figura troppo divisiva anche per una città in cui il progressismo è praticamente patrimonio Unesco. Persino la sindaca Sara Funaro è intervenuta, lasciando poco spazio ai dubbi: i messaggi della relatrice “non mi pare che siano segnali di pace, di unione”, e quindi no, la cittadinanza onoraria non è una buona idea.
La scena fiorentina è interessante perché smonta una dinamica che negli ultimi mesi avevamo visto sempre uguale: Albanese dice qualcosa di problematico, tutti la difendono, si accusa chi critica, si parla di diritti, oppressioni, colonialismi, e via col rosario ideologico. Stavolta no. Stavolta il meccanismo si è inceppato. In Commissione si litiga, si parla di “riconoscimento indispensabile”, si tirano in ballo Renzi, Israele, Carrai, il clima in città. Ma la verità è che nessuno vuole assumersi la responsabilità politica di premiare una figura che crea più imbarazzi che consenso.
Perché adesso? Perché anche la sinistra ha capito che l’aria è cambiata. E non solo a Firenze: a livello internazionale l’Onu non ha alcuna intenzione di accollarsi le uscite di Albanese. A livello mediatico, pure chi l’ha sempre protetta fa fatica a giustificare la frase sui giornalisti che dovrebbero “fare il loro dovere” dopo un attacco violento a una redazione. E a livello politico, i costi della difesa sono tornati a superare i benefici. In altre parole: il vento sta cambiando.
Non è ancora il passo definitivo, ma ci siamo vicino. La relatrice speciale che per mesi è stata trattata come una sacerdotessa della causa pro-Palestina adesso si ritrova con le Nazioni Unite che prendono le distanza, la politica italiana che si divide, e persino le città “rosse” che scelgono la prudenza. Era inevitabile. Perché si può sbagliare, certo. Ma anche in diplomazia – soprattutto in diplomazia – vale quella vecchia regola che molti sembrano aver dimenticato: errare è umano, perseverare è diabolico.
Franco Lodige, 4 dicembre 2025
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