È partita una strana manovra intorno al consigliere di Mattarella

Dopo lo scoop della Verità si sta muovendo qualcosa. Ma è anche arrivato il momento che Re Sergio prenda le distanze pubblicamente

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Dalle parti del Quirinale é scattata da ore una forsennata corsa volta a ridimensionare le parole, le idee e persino l’importanza del ruolo ricoperto da Francesco Saverio Garofani. Si cerca scaltramente di sminuire il tutto, nell’intento di allentare la pressione mediatica sul Colle e disinnescare prontamente una situazione che rischia seriamente di diventare esplosiva. Dietro ciò che si prova frettolosamente a ricondurre entro i gangli della normalità, riducendolo con innata astuzia alla voce “semplice chiacchierata tra amici”, c’è infatti molto, ma molto di più.

Partiamo da una prima considerazione logica: il fatto che il consigliere del Capo dello Stato non abbia neppure provato a smentire l’accaduto, ma si sia semplicemente limitato a minimizzare, è indicativo del fatto che esistono delle prove concrete a supporto della tesi lanciata da Maurizio Belpietro sul quotidiano La Verità. Che si tratti di una registrazione che, almeno fino a questo momento, qualcuno ha deliberatamente evitato di diffondere? Probabile. Almeno a giudicare dalle reazioni del Colle e dalle dichiarazioni rilasciate dallo stesso Garofani. Del resto, se non fosse esistita alcuna prova a suffragare la versione di Belpietro, perché non smentire categoricamente la ricostruzione del quotidiano milanese? Perché ammettere così arrendevolmente l’esistenza della “chiacchierata” incriminata? E perché, poi, manifestare cotanto sdegno e cotanta agitazione?

Secondo aspetto da tenere in debita considerazione: a dispetto della poca accortezza palesata nell’episodio in questione, Francesco Saverio Garofani non è certo l’ultimo arrivato. L’ex parlamentare Pd, sia chiaro, non è uno sprovveduto e non è neppure un consigliere qualunque. Dal 2022, lo stesso ricopre infatti la carica di segretario del Consiglio supremo di difesa, organo di rilievo costituzionale per le problematiche riguardanti la sicurezza e la difesa della Repubblica Italiana, presieduto, prima di Garofani, sempre e comunque da un militare. Perché, dunque, infrangere una prassi ormai ampiamente consolidata e scegliere un civile, peraltro con un passato recente da parlamentare, quindi non da persona terza, per ricoprire un ruolo cotanto delicato, per di più storicamente occupato da un militare? Tanto più se si considera il fatto che la nomina di Garofani era maturata in data 24 febbraio 2022, nelle medesime ore in cui la Russia di Vladimir Putin si accingeva ad invadere l’Ucraina e a scompaginare gli equilibri vigenti nel vecchio continente.

Qual è, verrebbe da chiedersi a questo punto, la ratio della nomina di un esponente politico al vertice di un organo deputato alla sicurezza della nazione, proprio nel momento in cui in Europa torna ad affacciarsi lo spettro della guerra? Perché Francesco Saverio Garofani? E perché proprio in quel preciso momento storico? Di certo, la nomina dell’ex parlamentare dem alla guida del Consiglio supremo di difesa in quel determinato frangente, oltre ad essere alquanto significativa, appare inoltre indicativa del profondo grado di fiducia riposto da Sergio Mattarella nel suo consigliere, il quale, al netto delle dichiarazioni di circostanza, è da considerarsi persona altamente influente e tra le più vicine all’attuale Capo dello Stato. Che poi la posizione rispetto alle eventuali manovre da mettere in pratica contro l’esecutivo in carica, palesata da Garofani nella sua “libera chiacchierata tra amici“, sia la medesima del Quirinale è tutto fuorché scontato. Tuttavia, proprio nell’ottica di tutelare la condizione di assoluta terzietà che è richiesta all’inquilino del Colle, appare quantomeno doverosa una pronta presa di posizione da parte della presidenza della Repubblica.

A che titolo parlava Francesco Saverio Garofani mentre era intento a invocare sgambetti e scossoni vari contro il presidente del Consiglio? A nome del Capo dello Stato, in quanto suo fido consigliere e uomo di fiducia? O, più semplicemente, a titolo personale? Nel primo caso, si prefigurerebbe un inammissibile sconfinamento da parte del Quirinale nella contesa partitica, volto a interferire provvidenzialmente nelle dinamiche democratiche del Paese. Nel secondo, invece, si presenterebbe la situazione, pericolosa quasi quanto quella appena descritta, in cui un importante uomo delle istituzioni investito di una delicatissima funzione legata alla difesa della nazione, agisca con il favore delle tenebre e a totale insaputa del Capo dello Stato per modificarne a tavolino gli assetti democratici. Pertanto, se, come ogni uomo di buonsenso in questo momento crede, Sergio Mattarella è del tutto estraneo alle idee e lontano anni luce dalle posizioni del suo consigliere di fiducia, perché, allora, non prenderne apertamente le distanze, se non altro per tutelare l’immagine del Quirinale agli occhi del cittadino e preservare responsabilmente quegli equilibri democratici su cui si fonda la nazione?

Salvatore Di Bartolo, 21 novembre 2025

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