Non riesco a capacitarmi di come in Ucraina possano dormire sonni tranquilli. Non sembrano aver alcuna voglia di chiudere il conflitto con la Russia. Eppure sarebbe semplice al cospetto del mondo: 1) dichiarare la propria disponibilità a restare militarmente neutrali e 2) accettare la perdita di territori ormai sotto il controllo di Mosca.
Il primo punto, alla fine, non sarebbe altro che il rinnovo di una “solenne” promessa fatta nella Dichiarazione di Sovranità del 16 luglio 1990 e ribadita nella loro Costituzione del 1991. Purtroppo, una piccolissima minoranza di teste calde, andate nel 2014 al potere dopo un colpo di Stato, nel 2019 emendò la Costituzione tradendo la promessa del 1990. Quanto al secondo punto, avrebbero potuto evitarlo se fossero addivenuti al primo fin dal 2022: non averlo fatto ha comportato la continuazione del conflitto e la perdita di quei territori. E i territori che si perdono in guerra sono territori perduti quando si stipula la pace.
Scrivevo sopra di sonni tranquilli perché questa mancanza di disponibilità a chiudere il conflitto è accompagnata da azioni fastidiose di disturbo di attacchi con droni in territorio da sempre russo, cioè anche oltre quello diventato tale dopo il 2022. Al momento, i russi parano i colpi, ma credo sia legittimo chiedersi fino a quando saranno disposti a farlo. Forse gli ucraini pensano che i russi non li toccheranno perché li considerano, dopotutto, “fratelli” (così Vladimir Putin), o perché ritengono di “non essere in guerra col povero popolo ucraino ingannato” (così Sergey Karagonov, consigliere militare di Mosca).
Ma qui non si tratta solo mancanza di disponibilità; si tratta anche, e soprattutto, del fatto che le risorse per parare i colpi non sono infinite. Questa guerra – l’ho scritto più volte – riguarda la sicurezza non dell’Ucraina, ma della Russia: demograficamente la metà degli Stati Uniti e un terzo della Ue, estesa per 11 fusi orari ricchissimi di risorse, la Russia è un piatto tanto goloso quanto debolissimo. Se non fosse che è una superpotenza nucleare, il che la rende imbattibile; se non – se mai – ad un prezzo spaventoso.
La Storia ci insegna che anche cose non inevitabili accadono. Gli americani bombardarono Hiroshima non perché strettamente necessario, ma per pervenire ad una soluzione rapida di un conflitto che avrebbe potuto essere, per gli americani, molto più costoso, soprattutto se il Giappone avesse cominciato ad attaccarli. Trovo curioso che qui in Occidente non si sollevi a livello mediatico il dubbio che oggi Mosca possa trovarsi nello stesso stato d’animo che aveva Washington nel 1945.
Non è escluso – anzi, lo darei per certo – che nell’eventualità decidessero di rinnovare quel lontano precedente, la scelta dell’obbiettivo sia stata già fatta. Qui possiamo solo speculare che probabilmente non sarà un obiettivo in Europa – a dispetto dei toni minacciosi di alcuni plenipotenziari russi. E questo anche perché la cosa potrebbe più probabilmente scatenare il putiferio nella Nato e nel mondo. Più probabilmente, la scelta è contro qualche città dell’Ucraina, magari della regione nord-occidentale ove vi sono consolidati e pluridecennali sentimenti anti-russi.
Con una botta di cinismo, Mosca potrebbe un giorno astenersi dal fermare un drone ucraino contro un obiettivo civile in territorio russo e avere così, dal luttuoso risultato, la pretesa di ottenere giustificazione internazionale ad una ancora più luttuosa e terribile reazione, che avrebbe pure anche l’attenuante di beneficiare di un precedente. Anzi due.
Franco Battaglia, 9 maggio 2026
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