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Quando meno diventa più. La sottrazione che vince

Quando meno diventa più. La sottrazione che vince
Quando meno diventa più. La sottrazione che vince

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“Quando meno diventa più non è un libro di finanza,
è uno stile di vita. 
La penna e la sagacia del professor legrenzi ci raccontano come sottrarre l’inutile di andare verso la semplciità rappresenta la strada più importante da percorrere per arrivare al successo in ogni fase della nostra vita. Ma per parlarvene credo che la cosa migliore sia proprio lasciando spazio al Professore.”
 
Leopoldo Gasbarro.
 

Non so quante delle 8.900 persone che hanno letto l’articolo che ho pubblicato esattamente un mese fa abbiano seguito il consiglio finale: leggere il mio libro sull’importanza fondamentale della sottrazione. Penso pochi. In Italia i suggerimenti gratuiti e disinteressati non vanno per la maggiore. I più prediligono ciò che è costoso perché pensano sia di qualità proprio in quanto costoso. Una tragica illusione.

Comunque chi conoscesse quel libro può smettere di andare avanti nella lettura di questo articolo. Per chi invece non lo avesse letto, sviluppo qui in modo sintetico un’applicazione del metodo sottrattivo.

Nell’articolo precedente spiegavo che una delle previsioni a lungo termine che si potevano fare, le uniche che funzionano con gli investimenti, sarebbe stata che i mercati azionari avrebbero ballato, come è successo (non cercare di cogliere l’attimo fuggente: il più delle volte si sbaglia!).

E tuttavia, trascorso un mese, sarebbero tornati al punto di prima perché quelli che contano sono i cambiamenti a lungo termine. Altra previsione puntualmente verificatasi: i mercati USA sarebbero andati meglio per chi vive in euro come noi anche perché il dollaro si sarebbe rinforzato. Così capita durante i momenti di paura e incertezza collegati alle guerre di questo secolo in cui gli USA non sono coinvolti direttamente (come era successo in Vietnam nel secolo scorso).

Il cambiamento a lungo termine più importante è, oggi, il ritorno dell’inflazione, dopo venti anni di assenza. Non è solo un ritorno, è un “punto di non ritorno”. L’inflazione resterà dato il cambio profondo e non contingente di politica delle banche centrali (ne ho già parlato).

L’inflazione è una brutta bestia perché richiede ragionamenti per sottrazione, operazioni solo apparentemente semplici. In realtà difficili, o almeno non intuitive,  per il nostro cervello che è stato costruito per le addizioni (come mai le cose stiano così non lo spiego: è nel libro). Non viene spontaneo, purtroppo, fare sottrazioni intelligenti.

Considerate le principali forme di investimento. Il reddito fisso e gli immobili apparentemente renderanno molto di più che in passato perché da vent’anni siamo abituati a ragionare a prezzi nominali.

Era inutile sottrarre dai prezzi nominali l’inflazione perché questa era diventata così bassa da essere irrilevante. Ma oggi non lo è più. Solo un vecchio professore emerito come me la ricorda perché coincideva con i tempi dei miei primi risparmi: un altro mondo. Allora, per esempio, non potevi investire legalmente sui mercati USA.

Ecco quindi come si deve procedere: allineate tutte le principali forme di investimento e sottraete da ciascuna l’inflazione. Quanto dovete sottrarre, visto che qui ragioniamo sempre a lungo termine? L’inflazione negli USA è ora dell’ordine di grandezza del 6% o più. Ma quando sarà finita la guerra, e la tensione sulle materie prime possiamo sperare che cali, anche l’inflazione causata da questi incrementi dei prezzi calerà un poco. Se scende al 4%/5%, tutto ciò che non rende, anno dopo anno, almeno il 4%/5% è a priori in perdita. Quindi titoli di stato e reddito fisso saranno in perdita nel senso che non salveranno il potere di acquisto.

In effetti, nel corso del mese a cui risale il mio ultimo articolo, in cui suggerivo di disfarsene, questi tipi di investimenti hanno avuto il più impressionante calo di valore degli ultimi vent’anni. Solo in un mese, e non è certo finita. Gli immobili renderanno apparentemente più del 4%/5%. Ma una volta sottratta l’inflazione, le spese di manutenzione, le tasse, e ogni tanto un affittuario moroso (sui tempi lunghi a tutti ne capita uno come a me, e ci vuole un avvocato), allora anche questi investimenti raggiungeranno a stento il pareggio, ben che vada.

Non parliamo della massa enorme di contante o di investimenti a breve lasciata nei depositi: agnello sacrificale di una illusoria sicurezza. Una volta sottratta l’inflazione qui la perdita è sicura, inesorabile e non così lenta (l’interesse composto vale anche in negativo, purtroppo). Difficile spiegare perché ciò accada: pigrizia, inerzia, paura, trascuratezza, o forse quella che Keynes ha chiamato “l’illusione monetaria”, la tendenza cioè a non sottrarre l’inflazione dai prezzi quotidiani?

Forse un misto di tutte queste cose. Fatto sta che accade. D’altronde provate – come ho fatto centinaia di volte – a chiedere quanti soldi vengono bevuti quando si scola una bottiglia di champagne comprata dieci anni prima a un certo prezzo. Quasi tutti sbagliano, in modi più o meno gravi, perché la sottrazione dell’inflazione è facile da cogliere solo se racconto io: poi applicarla quando si è soli nella vita è tutt’altra cosa. Basta guardare come sono distribuiti ancor oggi i risparmi degli italiani: zero ragionamenti per sottrazione.

Restano le aziende quotate sullo S&P 500, quelle consigliate appunto nell’articolo di un mese fa. Giunti a questo punto non fermiamoci con le sottrazioni. Queste società non sono tutte uguali. Ci sono quelle che possono disinvoltamente sottrarre l’inflazione dai loro beni e servizi nel senso che possono impunemente scaricarla sugli acquirenti e utenti finali.

Perché impunemente? In sostanza per almeno due motivi: sono beni e servizi di cui non si può fare a meno e/o sono beni o servizi in cui l’utente/acquirente finale accetta, consapevolmente o inconsapevolmente, l’aumento dei prezzi.

Quali sono queste aziende? Sono quelle di beni di largo consumo, i beni cioè che costano poco, quelli che si usano spesso: l’inflazione si nota, i consumatori brontolano, ma poi non possono farne a meno. Sono i servizi tecnologici e di comunicazione. La pandemia li ha resi indispensabili e noi ci siamo abituati a usarli: non torneremo indietro. Sono i servizi alla salute perché fin che si può non si risparmia sulla salute: o, meglio, è uno degli ultimi settori in cui si tagliano le spese.

Sono infine i beni di lusso perché chi compra un bene di lusso compra qualcosa di immateriale, come nel caso degli intangibili delle nuove tecnologie. Si tratta di un immateriale in cui il prezzo è non è molto rilevante perché chi compra questi beni, in essenza, non compra l’entità tangibile, quello che ha per le mani, ma acquista il valore del marchio e l’aura che lo accompagna.

Queste ultime sottrazioni permettono di passare dai prezzi reali ai prezzi relativi: ma questo è gergo da economisti e ve lo risparmio. Ragionando per sottrazioni lo si capisce meglio. Molti cercano di indurvi a addizioni aggiungendo beni, servizi e forme di investimento alla vostra dotazione. Ma voi tenete duro con le sottrazioni: i vostri risparmi se ne gioveranno.

E se poi vi appassionate alla questione forse capirete il miracolo delle sottrazioni in molti altri campi oltre che negli investimenti. E si tratta di applicazioni ancora più importanti perché i risparmi sono pre-condizioni per il benessere materiale e per vite non di stenti. Ma la felicità è altra cosa: qui la sottrazione è regina.

Paolo Legrenzi, 24 marzo 2022