
La tassa sui buyback torna al centro del dibattito politico italiano. Con la manovra alle porte e la necessità di reperire nuove risorse, il governo guarda alla pratica del riacquisto di azioni proprie da parte delle grandi imprese quotate, una strategia finanziaria ormai diffusa anche a Piazza Affari.
La misura, già adottata negli Stati Uniti con un’aliquota dell’1% e in Francia con un più aggressivo 8%, potrebbe garantire un gettito consistente, soprattutto in un anno che ha già visto buyback record oltre i 15 miliardi di euro. Ma la strada politica appare tutta in salita.
Forza Italia ha alzato un muro, definendo la proposta “una persecuzione contro le banche” e rivendicando un approccio basato sul dialogo e non sulla pressione fiscale. Una posizione che, di fatto, complica la compattezza della maggioranza e mette in evidenza una contraddizione: da un lato, l’urgenza di reperire fondi per il bilancio; dall’altro, la volontà di preservare la stabilità del settore creditizio e il rapporto con gli investitori.
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Gli esempi esteri, però, pesano sul dibattito. Negli Usa il prelievo ha garantito entrate per quasi 8 miliardi di dollari nel primo anno; in Francia, la versione retroattiva della tassa ha stimato un gettito da un miliardo l’anno. In Italia il nodo tecnico sarebbe la definizione della base imponibile, visto che molte aziende hanno azioni senza valore nominale.
Per ora, nulla è stato deciso. Ma il tema è destinato a tornare, perché il buyback, pur premiando gli azionisti e sostenendo le quotazioni, è visto dal governo come un bacino di risorse fiscali potenziali. Resta da capire se il compromesso politico arriverà in tempo per la prossima legge di bilancio.
Enrico Foscarini, 29 agosto 2025
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