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La Consulta apre alle spese folli delle Regioni

La Corte costituzionale ritiene legittima la spesa per investimenti anche delle Regioni in disavanzo. Ma è giusto spendere denaro pubblico senza copertura?

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La Corte Costituzionale ha parlato: le Regioni in disavanzo potranno utilizzare una parte dei contributi alla finanza pubblica per la spesa d’investimento. In altre parole, anche chi ha i conti in rosso potrà spendere.

La sentenza – resa nel giudizio promosso dalla Regione Campania contro diversi commi della legge di Bilancio 2025 – respinge tutte le censure della Regione, ma al tempo stesso invita il legislatore a “rivedere l’eccessiva rigidità” del sistema che oggi impedisce alle amministrazioni in disavanzo di investire. La Consulta parla di “potenziali divari infrastrutturali” e di “discriminazioni territoriali” che potrebbero minacciare il principio di uguaglianza sostanziale.

Fin qui, il linguaggio istituzionale. Ma la sostanza è un’altra: la Corte sta dicendo che anche chi non ha risorse può continuare a spenderle, purché lo faccia “per il bene comune”. Un messaggio ambiguo e pericoloso, perché mina alla radice il principio basilare della finanza pubblica: chi è in rosso deve fermarsi, non continuare a distribuire denaro pubblico.

Non si tratta di un dettaglio tecnico. Le Regioni in disavanzo non hanno liquidità, eppure – secondo la Consulta – dovrebbero poter impiegare una parte delle risorse per investimenti. Si invoca l’uguaglianza tra territori, ma si rischia di premiare l’inefficienza. È come dire che chi ha gestito male può rimettersi a spendere, mentre chi ha fatto i compiti a casa dovrà continuare a stringere la cinghia.

Il paradosso è che la stessa sentenza riconosce la necessità di un maggiore coinvolgimento della Conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica. La Corte chiede che questa diventi una sede “indefettibile” di confronto per le future manovre, così da evitare “tagli al buio”. Ma di fatto, l’apertura alla spesa delle Regioni in deficit è essa stessa un taglio alla logica del rigore e della responsabilità.

Dietro il linguaggio equilibrato della Consulta si intravede un cortocircuito istituzionale: si sollecita il legislatore a non lasciare indietro nessuno, ma lo si fa consentendo di utilizzare fondi che dovrebbero servire a rimettere in ordine i bilanci, non a finanziare nuovi investimenti. In pratica, si rischia di consolidare il disavanzo invece di ridurlo.

C’è poi un aspetto politico: questa decisione arriva in un momento in cui la spesa pubblica è già sotto pressione e il contributo richiesto alle Regioni per la finanza statale è “considerevole”, come ammette la stessa Corte. Eppure, proprio mentre si chiede rigore a tutti, si apre uno spiraglio per chi non ha rispettato le regole. Una contraddizione che rischia di disorientare i cittadini e indebolire il principio di responsabilità amministrativa.

La Consulta invita il Parlamento a “rivedere” le norme per il futuro. Ma a chi spetta davvero la revisione? Agli enti che spendono o a chi dovrebbe vigilare sulla spesa? È paradossale che la Corte, invece di ribadire la necessità di risanare prima di investire, suggerisca di allentare i vincoli. Si invoca la solidarietà tra territori, ma si dimentica che la solidarietà si costruisce con bilanci in ordine, non con deroghe creative.

La lezione che ne esce è amara: in Italia, essere in disavanzo non è più un limite, ma un titolo per chiedere nuove concessioni. E così, mentre le Regioni virtuose si arrabattano per rispettare i vincoli di bilancio, quelle in difficoltà ottengono una sponda istituzionale per continuare a spendere.

Il rischio è evidente: una spirale senza fine in cui la cattiva gestione diventa sostenibile “per sentenza”. E in cui il principio di eguaglianza, anziché garantire equilibrio, si trasforma nell’alibi perfetto per perpetuare diseguaglianze finanziarie.

La Corte parla di “bene comune”. Ma se il bene comune consiste nel legittimare la spesa pubblica in disavanzo, allora qualcuno dovrebbe avere il coraggio di chiedere: con quali soldi?

Enrico Foscarini, 16 ottobre 2025

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