Educazione finanziaria

Sos pensioni, dall’Inps un assegno da fame

Una soluzione è la previdenza integrativa, ma bisogna iniziare per tempo. E il fisco è più leggero

pensioni da fame

Macigno pensioni sui conti pubblici: quest’anno il rapporto tra spesa pensionistica e PIL è destinato sfondare il muro del 16% sotto la spinta della rivalutazione degli assegni Inps legata all’inflazione. Per dare un’idea, è un punto percentuale in più rispetto al 2020 (15%), pari a circa 19 miliardi di maggiore esborso.

Una sfida impegnativa per il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, visto il rientro in vigore del nuovo Patto di Stabilità europeo. Il Tesoro è al lavoro per mettere buona parte del debito pubblico al sicuro nelle tasche dei piccoli risparmiatori cassettisti con iniziative come il Btp Valore, ma questa settimana Bruxelles ha già spedito l’avviso ai Paesi Ue che entro la fine di settembre dovranno presentare i piani di rientro di debito e deficit, pena l’avvio di una procedura di infrazione. Insomma, le prossime elezioni europee saranno dirimenti per capire la sorte dei conti pubblici e del Pil.

Ma torniamo alla voragine scavata dalla spesa pensionistica. L’ultima riforma modifica anche le regole non solo di Quota 103 e di Opzione Donna, ma anche di chi è entrato nel mondo del lavoro nel 1996, riducendo la possibilità di una pensione anticipata tre anni prima del requisito di vecchiaia attualmente fissata a 67 anni.

Da un lato c’è il paletto che l’assegno pensionistico mensile dovrà perlomeno essere pari a  1.320 euro, pur con qualche agio in più per le donne. Dall’altro c’è quello che fino ai 67 anni di età la pensione non potrà valere più di 38.910 euro all’anno, quindi 2.230 euro al mese.

Non solo, le analisi prevedono che lo “scoperto”  pensionistico degli italiani, cioè la differenza tra l’importo dell’ultimo stipendio percepito e l’assegno riconosciuto dall’Inps una volta usciti dal mondo del lavoro, già oggi prossimo al 40%, si allargherà ulteriormente.

Da qui l’opportunità di rimediare per tempo con la previdenza integrativa, così da arrotondare lo scarno assegno che corrisponderà l’Inps. Ad oggi però, malgrado gli italiani restino un popolo di formichine innamorato dei Bot, solo 26 su cento pensano alla pensione di scorta e peraltro vi destinano una modesta quota di Tfr.

Non solo: secondo una ricerca di Moneyfarm, anche chi si iscrive lo fa tardi, versa poco e alla fine preferisce riscuotere l’intero capitale. Eppure, a patto di iniziare in giovane età, basterebbero anche un centinaio di euro al mese per iniziare a gettare le basi di una discreta pensione di scorta.

A tale scopo, si possono sottoscrivere i Fondi pensione oppure i Piani Individuali Pensionistici (PiP), che sostanzialmente sono contratti assicurativi Vita abbinati alle gestioni separate.

In entrambi i casi, il denaro versato periodicamente dal sottoscrittore viene investito per assicurare un rendimento nel lungo termine secondo diversi profili di rischio scelti dal sottoscrittore. Naturalmente si pagano delle commissioni, ma c’è il vantaggio fiscale di detrarre dall’Irpef fino a 5164 euro ogni anno. Va da sè, quindi, che più il reddito è elevato, più si può sfruttare la detrazione fino al tetto.

Per approfondire leggi anche: Straordinari e smartworking, così gli italiani combattono il carovita. Qui invece come farsi rimborsare dalla banche se l’euribor del proprio mutuo è stato manipolato.  E qui che cosa renderà di più tra azioni, obbligazioni, materie prime e valute dopo il taglio dei tassi da parte di Bce e Fed.

La pensione di scorta appare dirimente soprattuto per le donne. Perché, secondo uno studio della Fabi, le pensionate italiane oggi percepiscono in media un assegno mensile di 1.416 euro, mentre gli uomini incassano 1.932 euro in media. Cioè 516 euro in meno.  Diteci se avete piacere di leggere altri articoli di servizio.

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